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PSICOLOGIA FISIOLOGICA

RIORGANIZZAZIONE CORTICALE DEL LINGUAGGIO IN PAZIENTI AFASICI: MAPPATURA DEI POTENZIALI CORTICALI LENTI

Alessandro Angrilli1, Rita Minghetti1, Stefano Cusumano2, Luciano Stegagno1, Thomas Elbert3

1Dipartimento di Psicologia Generale, Padova

2Ospedale Regionale di Treviso

3Università di Costanza, Germania

Introduzione

Lo studio della riorganizzazione corticale in pazienti che hanno recuperato da una lesione corticale ha avuto un notevole sviluppo negli ultimi anni, grazie anche alla maggiore disponibilità di tecniche di "Brain imaging" capaci cioè di misurare l’attività cerebrale in vivo. Il recupero delle funzioni cognitive colpite è spesso associato ad uno spostamento dell’attività dalla zona lesionata ad aree adiacenti, o ad aree relativamente lontane (spostamento su un altro lobo o su un altro emisfero). Una delle conseguenze più frequenti in pazienti colpiti da un ictus, come è noto è l’afasia. Poche ricerche tuttavia hanno indagato in maniera sistematica la riorganizzazione corticale in seguito a parziale recupero in questi pazienti. Una difficoltà consiste nella varietà dei danni e dei disturbi afasici. È necessario restringere l’indagine a gruppi relativamente omogenei, e possibilmente in associazione con informazioni anatomico-strutturali sulle aree cerebrali lesionate. La presente ricerca ha indagato la riorganizzazione corticale in un gruppo di afasici di Broca mediante la registrazione dei potenziali corticali lenti durante compiti linguistici differenziati.

Metodo

Hanno partecipato all’esperimento due gruppi di soggetti. Un gruppo di 10 pazienti afasici, classificati come afasici di Broca in base all’AAT (Aachen Aphasie Test), ed un gruppo di 14 pazienti di controllo. I soggetti dovevano effettuare 2 compiti linguistici diversi uno fonologico e l’altro di classificazione semantica. Il compito consisteva nel leggere una parola presentata per 1 secondo, e dopo un intervallo di 2 secondi, leggere una seconda parola, alla quale rispondere premendo un pulsante. Il soggetto doveva confrontare le due parole in base al criterio che facessero rima (compito fonologico), o fossero della stessa classe semantica (compito semantico). Sono state registrate le percentuali d’errore, i tempi di reazione al secondo stimolo, ed i potenziali evocati (Variazione Contingente Negativa) misurati nell’intervallo di 2 s tra gli stimoli. Tali potenziali sono stati registrati da 26 elettrodi situati sullo scalpo allo scopo di poter effettuare una mappatura dell’attività elettrica evocata. Per l’analisi statistica gli elettrodi sono stati raggruppati in quattro quadranti: anteriore sinistro, anteriore destro, posteriore sinistro, posteriore destro, ottenendo così la combinazione dei due fattori: lateralizzazione (destro vs. sinistro) e gradiente antero-posteriore (anteriore vs. posteriore). Altre variabili incluse nelle statistiche erano Gruppo (afasici vs. controlli) e Compito (fonologico vs. semantico).

Risultati

Gli indici comportamentali hanno mostrato un significativo aumento di errori e dei tempi di reazione nei pazienti afasici rispetto ai controlli. Questo è un risultato abbastanza tipico nei pazienti neurologici in generale. I tempi di reazione erano significativamente più lunghi nel compito semantico rispetto a quello fonologico, in entrambi i gruppi, mostrando una lieve maggiore difficoltà del compito semantico. L’assenza di interazione tra compito e gruppo indica, comunque, che per i due gruppi i compiti avevano la stessa difficoltà relativa.

L’analisi dei potenziali evocati ha mostrato una differenza significativa tra aree anteriori e posteriori con una maggiore negatività nelle ultime. Nei compiti utilizzati ci si aspetta una maggiore attivazione posteriore (occipitale) visto che i soggetti elaboravano ed attendevano stimoli visivi. Anche la tripla interazione Gruppo x Lateralizzazione x Compito è risultata significativa, mostrando una maggiore asimmetria nei siti frontali (maggiore attivazione nel lobo frontale sinistro) durante il compito fonologico nei controlli, mentre negli afasici tale asimmetria era assente. In base all’interazione tripla Gruppo x Lateralizzazione x Gradiente, l’asimmetria destro-sinistro era assente nelle aree posteriori dei controlli, mentre invece presente degli afasici con un massimo proprio nell’area parietale sinistra.

Conclusioni

I risultati di questo studio indicano che i pazienti afasici mancano dell’asimmetria frontale tipicamente indotta da compiti fonologici nei controlli, facendo ipotizzare un relativo aumento di attivazione corticale nelle aree frontali destre. Più in generale, gli afasici mostrano una maggiore attivazione delle aree posteriori sinistre durante compiti linguistici. Questi dati fanno pensare che pazienti con afasia di Broca, spesso colpiti da lesioni frontali sinistre, riorganizzano il linguaggio in parte nelle aree posteriori sinistre ed in parte nelle aree anteriori destre.

DISSOCIAZIONE EMISFERICA NELLA LATENZA D’ADDORMENTAMENTO: CONVERGENZA TRA INDICATORI COMPORTAMENTALI ED ELETTROENCEFALOGRAFICI

Maria Casagrande, Giuseppe Curcio

Dipartimento di Psicologia, Università di Roma "La Sapienza"

Introduzione

Negli ultimi anni sia dati comportamentali che elettroencefalografici hanno evidenziato delle stabili variazioni del pattern emisferico durante l’addormentamento (ADD). Nel primo minuto di stadio 1 si è osservato un significativo decremento della coerenza interemisferica per le bande EEG alfa e beta nelle regioni temporali e frontali (1). Questo pattern emisferico è coerente con quello evidenziato mediante strategie comportamentali. Infatti, con l’esecuzione di un Finger Tapping Task (FTT) o di un compito di tempi di reazione (TR) semplici a stimoli acustici durante la transizione veglia-sonno (W-S) si è evidenziata una cessazione di risposta più precoce per la mano destra, suggerendo per la prima volta la presenza di un’asimmetria emisferica nella latenza d’ADD (2). Dati successivi, analizzando le prestazioni bimanuali in un FTT eseguito nel corso di tre ADD collocati in momenti diversi di una stessa notte, hanno confermato una variazione del pattern emisferico durante le transizioni W-S, che è risultata indipendente dal momento circadiano in cui l’ADD si realizzava. Poiché la diminuzione del tasso di risposta nel FTT è associata a una riduzione del ritmo alfa (4) e data la stretta corrispondenza tra cessazione di risposta nel FTT e occorrenza dello stadio 1 (5), abbiamo valutato le asimmetrie emisferiche durante l’ADD considerando sia la latenza di intervalli inter-tapping (IIT) ³ 2.5 sec. nella mano destra e nella mano sinistra, sia la latenza del primo episodio di ritmo theta di durata ≥ 2.5 sec. in derivazioni omologhe dei due emisferi (C3 e C4).

Metodo

Hanno partecipato all’esperimento 16 studenti, destrimani, normodormienti. Ciascuno ha trascorso sei notti consecutive nel laboratorio del sonno con polisonnografia standard. Nella sesta notte i soggetti sono stati sottoposti a una batteria di test cognitivi (per una durata complessiva di 45 min) immediatamente prima dell’ADD; la stessa batteria di test veniva ripresentata due volte nel corso della notte. Il primo risveglio era per metà dei soggetti nello stadio 2 e per l’altra metà nello stadio REM (2° ciclo NREM-REM); il secondo risveglio era per metà dei soggetti nello stadio REM e per l’altra metà nello stadio 2 (rispettivamente 3° e 4° ciclo NREM-REM). Dopo il completamento dei test i soggetti si addormentavano eseguendo bimanualmente il FTT. Le prestazioni nel FTT venivano acquisite da un personal computer, che per ciascuna mano registrava tutti gli IIT. Per ciascun ADD due siglatori esperti hanno indipendentemente valutato la latenza dei treni di onde theta ³ 2.5 sec nelle derivazioni C3 e C4. Per ciascuna mano si è anche calcolata latenza del primo IIT³ 2.5 sec.

Risultati

Un’ANOVA: Addormentamento (Primo, Secondo, Terzo) x Misura (EEG, FTT) x Emisfero (Destro, Sinistro) condotta sui dati sottoposti a una trasformazione logaritmica (ln) ha evidenziato un effetto significativo per la Misura (F1,15= 16.66; p< .001) che ha indicato che il FTT (latenza d’ADD: 3 min) consente di ottenere un indicatore d’ADD più precoce della misura EEG (latenza d’ADD: 10 min). Si è inoltre osservato un effetto significativo per il fattore Emisfero (F1,15= 8.78; p<.01), che ha indicato che la latenza d’ADD è minore nell’emisfero sinistro (media= 385.26 sec) rispetto al destro (media= 399.90 sec). Nessun altro effetto o interazione sono risultati significativi.

Conclusioni

I risultati confermano il pattern asimmetrico precedentemente osservato nella transizione W-S con dati comportamentali (2) ed evidenziano che l’asimmetria emisferica nella latenza del sonno è presente anche quando si considera un indicatore d’ADD molto precoce (IIT³ 2.5 sec). Per la prima volta l’asimmetria emisferica nella latenza d’ADD viene osservata mediante un’analisi visuo-ispettiva del tracciato EEG. Questo risultato conferma la stretta relazione tra prestazioni nel FTT e attività EEG (4,5). Infine, questo studio conferma che le variazioni del pattern emisferico durante l’ADD rappresentano una caratteristica stabile della transizione W-S che non appare influenzata da fattori circadiani e omeostatici, ma sembra dipendere dalla lateralizzazione emisferica nel controllo della vigilanza.

Riferimenti bibliografici

Anliker J (1963) Variations in alpha voltage of the electroencephalogram and time perception. Science, 140: 1307-1309.

Casagrande M, Bertini M (1998) Brain hemispheres functional asimmetry across wake-sleep-wake states. Journal of Sleep Research, 7 (Suppl. 2), 80: 40.

Casagrande M, De Gennaro L, Violani C, Braibanti P, Bertini M (1997) A Finger Tapping Task and Reaction Time Tasks as behavioral measures of the transition from wakefulness to sleep: which task interferes less with the sleep onset process? Sleep, 20 (4): 301-312.

Casagrande M, Violani C, De Gennaro L, Braibanti P, Bertini M (1995) Which hemisphere falls asleep first? Neuropsychologia, 33 (7): 815-822.

Wright KP, Badia P, Wauquier A (1995) Topographical and temporal patterns of brain activity during the transition from wakefulness to sleep. Sleep, 18: 880-889.

EFFETTI DELLA DEPRIVAZIONE DI SONNO SULL’ATTENZIONE SPAZIALE STUDIATA ATTRAVERSO IL PARADIGMA DI POSNER

Corrado Cavallero, Francesco Versace, Alice Conte, Valter Tucci*

Dipartimento di Psicologia, Università di Trieste

*Dipartimento di Psicologia Generale, Università di Padova

Introduzione

Il tema degli effetti della deprivazione di sonno sulle prestazioni cognitive è probabilmente uno dei più studiati dalla psicofisiologia del sonno, anche in considerazione della sua rilevanza applicativa: molti incidenti, anche gravi, avvenuti nel corso della notte sono stati messi in relazione a errori commessi da operatori in debito di sonno; l’alto numero di incidenti automobilistici che si verifica tra le 3 e le 5 antimeridiane, nonostante il basso numero di veicoli presenti sulla strada, spesso è stato utilizzato come prova dell’importanza del ruolo giocato dalla sonnolenza nella esecuzione di compiti complessi (Horne and Reyner, 1995). Per valutare sperimentalmente le modificazioni delle prestazioni cognitive sono stati utilizzati per lo più compiti semplici e di lunga durata (i tempi di reazione semplici ne sono un esempio classico) in quanto si è notato come questi risultassero i più sensibili nell’evidenziare le conseguenze delle manipolazioni sperimentali (Dinges and Barone Kribbs, 1991). Purtroppo alla sensibilità di queste misure non corrisponde una sufficiente raffinatezza in quanto, di fatto, sono rappresentative solo delle modificazioni a carico della attenzione sostenuta nel tempo che, pur rivestendo un ruolo importante in molti contesti anche ecologicamente significativi, non può essere fatta coincidere con il funzionamento cognitivo in generale. La psicologia cognitivista, d’altra parte, ha evidenziato come, attraverso adeguati paradigmi sperimentali, sia possibile individuare diverse sottocomponenti isolabili all’interno di ciascun processo cognitivo. Purtroppo questi paradigmi sono rimasti per lo più ignorati nell’area della psicofisiologia del sonno che ha invece di solito utilizzato compiti alla cui risposta contribuiscono più processi cognitivi il cui apporto differenziale non può essere quantificato. Il presente esperimento si propone di valutare gli effetti della riduzione del tempo di sonno sull’attenzione spaziale attraverso un paradigma divenuto ormai classico: il Paradigma di Posner (Posner, 1980).

Metodo

Otto soggetti hanno trascorso, nel corso di tre settimane, cinque notti presso il laboratorio di psicofisiologia del sonno della facoltà di Psicologia dell’Università di Padova secondo il seguente schema: prima settimana una notte di adattamento; seconda settimana una notte di baseline seguita da una notte in cui il sonno veniva interrotto nel corso della seconda fase REM; terza settimana una notte di baseline seguita da una notte in cui il sonno veniva interrotto nel corso dello stadio 2 che precede la seconda fase REM. Ciascuna notte era seguita da una giornata in cui, a intervalli regolari, venivano misurate le prestazioni a un compito di tempi di reazione semplici, al Grammatical Transformation Test (Baddeley, 1968) e al test di Posner con cue periferico. La giornata che seguiva la notte di adattamento era dedicata all’apprendimento dei test, mentre nelle altre condizioni le sessioni di test avvenivano immediatamente dopo il risveglio e successivamente ogni tre ore (8, 11, 14, 17, 20, 23), inoltre, quando il tempo di sonno veniva ridotto, erano previste, per le prime due ore che seguivano il risveglio, delle ulteriori sessioni di prova ogni 30 minuti.

Risultati

Per quanto riguarda gli effetti della deprivazione di sonno sulle prestazioni al test di Posner i risultati verranno interpretati alla luce di due ipotesi alternative: l’ipotesi della riduzione delle risorse prevede che dopo la deprivazione di sonno i tempi di reazione siano significativamente più lenti rispetto alla condizione di baseline in tutti i tipi di prova (valide, invalide e neutre), si dovrebbero mantenere, quindi, gli effetti dovuti all’orientamento corretto o errato dell’attenzione ("benefici" e "costi"); alternativamente, se la deprivazione di sonno producesse un cambiamento nella strategia adottata dal soggetto nella esecuzione del compito (se ad esempio non venisse considerata la probabilità con cui il cue indica correttamente la posizione di apparizione del target) dovrebbero modificarsi gli effetti solitamente osservati in seguito all’orientamento corretto o errato del focus attentivo. I dati, al momento analizzati solo parzialmente, sembrano indicare come corretta la prima delle due ipotesi, dal momento che i costi e i benefici derivanti dall’orientamento del focus attentivo si mantengono, seppure con entità diverse, nella maggior parte delle sessioni effettuate. Se questi dati venissero confermati potrebbero fornire suggerimenti utili per comprendere più specificatamente gli effetti dovuti alla riduzione di sonno sulle componenti attentive.

Riferimenti bibliografici

Baddeley, A., D. (1968). A 3 min reasoning test based on grammatical transformation. Psychonomic Science, 10 (10) 341-342.

Dinges D., F., and Barone Kribbs, N. (1991). Performing while sleepy: effects of experimentally-induced sleepiness. In: T.H. Monk (Ed.) Sleep, Sleepiness and Performance. John Wiley & Sons, N.Y.

Horne, J. A., and Reyner, L., A. (1995).Driver sleepiness. Journal of Sleep Research, 4(2) 23-29.

Posner, M., I. (1980). Orienting of attention. Quarterly Journal of Experimental Psychology, 32, 3-25.

LA STABILITÀ DELLA REATTIVITÀ PSICOFISIOLOGICA A STIMOLI VISIVI CON DIVERSO CONTENUTO SEMANTICO

Maurizio Codispoti, Michela Mazzetti, Chiara Mattei, Giovanni Tuozzi, Bruno Baldaro

Dipartimento di Psicologia, Università di Bologna

Una consuetudine consolidata nella ricerca psicologica consiste nel valutare la fedeltà degli strumenti psicometrici. Gli studi che hanno maggiormente aderito a tale consuetudine concernono questionari di autovalutazione. Rarissime sono le ricerche che abbiano indagato la fedeltà delle misure di laboratorio utilizzate in psicologia sperimentale. La contrapposizione misura soggettiva vs. misura oggettiva deve in primo luogo confrontarsi con il problema delle qualità psicometriche degli strumenti.

Inoltre, l’utilizzo di un paradigma test-retest è particolarmente rilevante nella valutazione dell’efficacia di differenti trattamenti terapeutici. A questo riguardo è interessante notare che le ricerche sull’impatto di terapie farmacologiche e/o psicologiche si avvalgono prevalentemente di misure soggettive.

Lo scopo di questo lavoro era quello di valutare la fedeltà di alcuni indici fisiologici periferici utilizzati in uno dei paradigmi maggiormente consolidati all’interno della ricerca psicofisiologica: la visione di immagini a diverso contenuto semantico ed emozionale.

Metodo

In due sessioni sperimentali, a distanza di una settimana, sono state presentate a 100 partecipanti 72 diapositive, raggruppabili in nove categorie (coppie erotiche, nudi maschili, avventura, famiglia, oggetti domestici, immagini disgustose, animali che attaccano, uomini che attaccano e corpi mutilati). Due differenti set di 36 diapositive sono stati presentati nelle due sessioni sperimentali in ordine controbilanciato. Ciascun set comprendeva quattro stimoli di ogni categoria. Ciascuna immagine veniva mostrata per sei secondi. Nei cinque minuti precedenti ciascuna sessione sperimentale e durante la visione delle diapositive sono stati registrati i seguenti indici fisiologici: frequenza cardiaca, conduttanza cutanea e attività elettromiografica del muscolo corrugatore.

Risultati e conclusioni

Per tutti gli indici fisiologici considerati, i risultati relativi all’andamento delle diverse categorie nelle due sessioni sperimentali indicano pattern di risposta sovrapponibili. Al contrario, le correlazioni tra le due sessioni sperimentali mostrano risultati differenti in funzione delle categorie considerate. Emerge una chiara dissociazione tra le due analisi che suggerisce la necessità di effettuare studi che considerino le risposte di gruppi di soggetti nelle ricerche che intendono valutare l’effetto di interventi terapeutici.

INDICI COMPORTAMENTALI E FISIOLOGICI NELLO STUDIO DELLA RELAZIONE TRA PROCESSI MOTIVAZIONALI E ATTENTIVI

Maurizio Codispoti, Michela Mazzetti, Ornella Montebarocci, Daniela Palomba*

Dipartimento di Psicologia, Università di Bologna

*Dipartimento di Psicologia Generale, Università di Padova

Sussistono diversi argomenti che suggeriscono quanto sia rilevante indagare la modulazione motivazionale (con particolare riferimento alla motivazione emozionale) dei processi attentivi.

In primo luogo, la psicologia dell’attenzione e la psicologia delle emozioni condividono il fondamentale costrutto teorico di arousal, che attraversa trasversalmente i due settori di ricerca.

Secondariamente, pare fondamentale rendere conto di come il processamento attenzionale sia sostanzialmente mirato alla elaborazione di stimoli rilevanti e significativi. A questo proposito, si ricordi come nel dibattito inerente la possibilità di processare semanticamente stimoli al di fuori del focus attentivo si siano dimostrate determinanti quelle ricerche che hanno utilizzato stimoli significativi per il soggetto (cioè a contenuto motivazionale).

Infine, se l’obiettivo della biopsicologia consiste nello spiegare il i meccanismi biologici del comportamento, ci pare indispensabile indagare il comportamento attentivo in un contesto motivazionale, per estendere all’uomo quei medesimi paradigmi ampiamente consolidati nella ricerca animale.

Definiti questi presupposti teorici, rimane da chiarire il vantaggio fornito dall’utilizzo di indici fisiologici: esso consiste nel fatto che, a differenza di quanto si verifica per misure comportamentali volontarie, gli indici fisiologici centrali e periferici non competono per le risorse o, meglio, non alterano il processo indagato.

Lo scopo del presente studio è quello di indagare come stimoli visivi a differente contenuto semantico ed emozionale modulino il processamento attentivo. Si è osservato in precedenti ricerche (Bradley et al., 1996; Mazzetti et al., 1998; Sarlo et al., 1998) che stimoli spiacevoli e piacevoli ad alto arousal determinano una più ampia decelerazione cardiaca, una maggiore risposta di conduttanza cutanea e più lenti tempi di reazione secondari rispetto a stimoli a basso arousal, suggerendo una maggiore allocazione di risorse attentive sui primi rispetto ai secondi. In particolare, è stata riscontrata una correlazione significativa tra tempi di reazione secondari e risposta di conduttanza cutanea, ad indicare un effetto dell’arousal dello stimolo sul processamento attentivo.

Nella ricerca qui presentata sono stati utilizzati indici centrali al fine di verificare se sussista o meno una differente modulazione attentiva in funzione della valenza emotiva, della rilevanza motivazionale e del contenuto semantico degli stimoli, a parità di livello di arousal (definito operativamente attraverso la risposta di conduttanza cutanea). Come indici del processamento attentivo sono stati considerati i potenziali evento-correlati (in particolare la componente tardiva positiva P300, con latenza di circa 350 ms) e il riflesso di allarme (o trasalimento) ad uno stimolo acustico aversivo presentato in concomitanza alla visione della diapositiva. Il primo di tali indici varia in funzione dell’arousal e dell’attenzione prestata agli stimoli; il secondo presenta una modulazione attentiva e motivazionale, variando in funzione della valenza dello stimolo visivo, che, a parità di risorse attentive richieste, inibisce o facilita (se piacevole o spiacevole rispettivamente) il sistema motivazionale aversivo che verrà attivato dalla comparsa dello stimolo acustico disturbante (Codispoti et al., 1998).

Metodo

A 40 partecipanti sono state mostrate 96 diapositive, raggruppabili in otto categorie differenti per contenuto semantico (nudi eterosessuali, coppie erotiche, oggetti domestici, volti neutri, scene di aggressioni, corpi mutilati, diapositive colorate senza contenuto e diapositive grigie senza contenuto). Ciascuna diapositiva è stata presentata per sei secondi e a diversi intervalli dalla comparsa della diapositiva (300ms, 1500ms, 3500ms, 4500ms) è stato somministrato uno stimolo acustico elicitante il riflesso di trasalimento (rumore bianco 98 dbi, tempo di salita istantaneo, durata 50 ms). Il riflesso di trasalimento è stato registrato attraverso la risposta elettromiografica del muscolo orbicolare dell’occhio. Inoltre, sono stati registrati i potenziali evento-correlati (rilevati alla comparsa di ciascuna diapositiva e alla presentazione dello stimolo acustico) e la risposta di conduttanza cutanea.

Risultati e conclusioni

Alla comparsa della diapositiva, stimoli emotigeni producono maggiore positività corticale (in generale legata al processamento dell’informazione) rispetto a stimoli neutri; la maggiore positività corticale si ottiene per le immagini erotiche, seguite dalle mutilazioni e dalle scene di aggressioni. Alla comparsa del rumore bianco, stimoli neutri sono correlati ad una più ampia P300 rispetto agli emotigeni, a testimonianza, nel primo caso, di una minor quota di risorse attentive allocate sulla diapositiva e di più risorse disponibili per il processamento dello stimolo acustico; tra le diapositive ad alto arousal, la minore P300 si ottiene, in linea col dato precedente, per le immagini erotiche, che risultano dunque gli stimoli su cui viene allocata l’attenzione maggiore, seguite dalle mutilazioni e dalle aggressioni.

Il riflesso di trasalimento risulta inibito per gli stimoli piacevoli e potenziato per gli stimoli spiacevoli, senza una differenziazione significativa tra mutilazioni e aggressioni. Oltre al coerente risultato di un processamento più consistente associato ad una inibizione della risposta d’allarme per le immagini a contenuto erotico, è possibile ipotizzare, per la risposta agli stimoli spiacevoli, una interazione tra attivazione del sistema motivazionale aversivo e richieste attentive: a fronte di maggiori risorse attentive richieste dalle immagini raffiguranti corpi mutilati (come è testimoniato dai dati di precedenti ricerche e di quelli inerenti i potenziali evento-correlati), è plausibile che non si ottenga per questi stimoli una risposta maggiormente inibita rispetto alle aggressioni a causa della maggiore spiacevolezza dei primi rispetto ai secondi, che provocherebbe una maggiore pre-attivazione del sistema motivazionale aversivo.

Nel complesso, i dati sembrano suggerire che la modulazione attentiva di stimoli visivi emotigeni non sia esclusiva funzione dell’arousal, ma che l’allocazione delle risorse attentive varii al variare del contenuto semantico e motivazionale delle immagini presentate. Emerge inoltre una diversa sensibilità degli indici fisiologici considerati nel mettere in rilievo il processamento attentivo alle diverse categorie di stimoli; in particolare, nella modulazione del riflesso di trasalimento paiono inscindibili gli effetti dovuti alla allocazione delle risorse attentive e quelli attribuibili al processamento motivazionale degli stimoli.

Riferimenti bibliografici

Bradley, M.M., Drobes, D., & Lang, P.J. (1996). A probe for all reasons: Reflex and RT masures in perception. Annual Meeting of the Society for the Psychophysiological Research. Psychophysiology, 33 (suppl. 1), S25 (abstract).

Codispoti, M., Bradley, M.M., Cuthbert, B.N., Montebarocci, O., & Lang, P.J. (1998). Stimulus complexity and affective contents: startle reactivity over time. Annual Meeting of the Society for the Psychophysiological Research. Psychophysiology, 35 (suppl. 1), S25 (abstract).

Mazzetti, M., Palomba, D., Tuozzi, G., e Suzzi, E. (1998). Tempi di reazione complessi e variazioni psicofisiologiche per stimoli visivi emozionali: richieste attentive e tendenza all’azione. Congresso Nazionale della sezione di Psicologia Sperimentale, 28-30 Settembre, Firenze (abstract, pp.126-127).

Sarlo, M., Palomba, D., e Buodo, G. (1998). Correlati vegetativi e attenzionali del processamento emozionale. Congresso Nazionale della sezione di Psicologia Sperimentale, 28-30 Settembre, Firenze (abstract, pp.52-53).

DIFFERENZE FRA MASCHI E FEMMINE NELLA VALUTAZIONE DI NUDI, IMMAGINI SPIACEVOLI E NEUTRE MEDIANTE VALUTAZIONI SOGGETTIVE, TEMPI DI VISIONE E RIFLESSO DI STARTLE

Marco Costa, Pio Enrico Ricci Bitti

Dipartimento di Psicologia, Università di Bologna

Introduzione

Vi è sempre più evidenza sperimentale che dimostra diversità nell’intensità e nell’elaborazione emozionale fra maschi e femmine (vedi per una rassegna Brody e Hall, 1993), anche per stimoli elementari come semplici ricordi (Costa, Ricci Bitti e Bonfiglioli, in press). La maggioranza di questi studi, tuttavia, è basata su resoconti soggettivi o dati comportamentali e non sulle risposte fisiologiche a stimoli emotigeni. Risulta perciò necessario verificare fino a che punto queste differenze di genere sono presenti anche a livello fisiologico o se viceversa sono apprezzabili solo a livello soggettivo. A questo scopo sono state svolte due ricerche le quali hanno indagato i rapporti fra valutazioni soggettive e tempi di visione misurati con i movimenti oculari orizzontali (I esperimento) e le modulazioni del riflesso di startle (II esperimento).

I esperimento

Il tempo di visione di diapositive emozionali è stato associato alle valutazioni di interesse, arousal e risposta di conduttanza cutanea (Lang, Greenwald, Bradley e Hamm, 1993). Fino ad ora questa misura è stata usata in relazione ad una singola diapositiva mentre in questo studio è stata adottata una nuova metodologia che permette di studiare il comportamento di scelta fra due diapositive presentate contemporaneamente. Il materiale era costituito da 43 coppie di diapositive tratte dallo IAPS (International Affective Picture System, Lang, Öhman e Vaitl, 1988) che comprendevano nudi maschili e femminili, immagini a valenza negativa ed immagini neutre. Ciascuna coppia era presentata in modo concorrente per 8 s su due schermi separati posti a 35° sul lato destro e sinistro mentre la testa del soggetto era fissata su una mentoniera, ed un led rosso posto davanti alla testa costituita il punto di fissazione nei periodi fra le successive proiezioni. Sono stati rilevati i movimenti oculari orizzontali e successivamente si è calcolato ed analizzato la percentuale di tempo, fra gli 8 s disponibili, dedicata all’esplorazione di ciascuna diapositiva. Hanno partecipato all’esperimento 16 femmine ed 11 maschi. La differenza fra maschi e femmine è risultata critica nei seguenti casi: a) i maschi guardavano significativamente di più i nudi femminili (58%) rispetto a quelli maschili (33%), mentre le femmine vedevano esattamente per la stessa durata nudi maschili e femminili (44% e 43%); b) i maschi guardavano per tempi maggiori immagini a valenza negativa (49%) rispetto alle femmine (39%); c) le immagini a valenza negativa e ad alto arousal come mutilazioni, scene di mafia o guerra erano evitate dalle femmine che le guardavano per un tempo non significativamente diverso dalle immagini neutre (40% vs. 51%) mentre i maschi mostravano una forte preferenza per queste immagini (25% vs. 66%); d) diapositive che rappresentavano neonati, bambini o coppie formate da un adulto più un bambino risultavano altamente preferite rispetto ad immagini neutre dalle femmine (28% vs. 60%) ma non dai maschi che guardano i due tipi di immagini per la stessa durata (42% vs. 43%). Confrontando i dati dei tempi di visione con i dati soggettivi di Lang (Lang, Öhman e Vaitl, 1988) sulla valenza, arousal e dominanza è risultata una significativa correlazione per l’arousal (.67 per i maschi e .48 per le femmine) e, solo per i maschi, una correlazione negativa con la dominanza (-.37).

II esperimento

Lo scopo di questo secondo studio è stato quello di studiare le differenze fra maschi e femmine in risposta alle stesse categorie di stimoli usate nel I esperimento ma adottando come variabile dipendente le variazioni del riflesso di startle usato come stimolo-test (probe), per il quale vi è solida evidenza sperimentale di una sua sensibilità alla valenza (inibizione per stimoli piacevoli ed incremento per stimoli spiacevoli). Il riflesso veniva elicitato in modo randomizzato da 1 a 4 s dopo la comparsa della diapositiva. Sono state utilizzate 8 diapositive per ciascuna categoria (nudi maschili, nudi femminili, immagini spiacevoli, immagini neutre) mentre 8 riflessi sono stati scatenati nel periodo fra due successive diapositive come controllo. I partecipanti sono stati 41 (26 femmine e 15 maschi). I risultati sono stati i seguenti: a) lo startle era significativamente inibito in risposta ai nudi femminili e maschili senza differenza fra le due categorie; b) l’inibizione del riflesso nei maschi non era maggiore per i nudi femminili rispetto a quelli maschili e lo stesso per le femmine; c) nelle femmine le valutazioni soggettive rispecchiavano i dati fisiologici non differenziando le risposte per le due categorie di nudi mentre i maschi si esprimevano con una netta preferenza per i nudi femminili; d) i nudi maschili, sul piano delle valutazioni soggettive, sono stati valutati per la valenza da maschi e femmine in modo non significativamente diverso dalle immagini neutre mentre sul piano fisiologico erano accompagnati da una forte e significativa riduzione del riflesso di startle; e) le femmine hanno valutato i nudi femminili come neutri sul piano della valenza mentre i dati sullo startle dimostrano una marcata inibizione; f) maschi e femmine hanno presentato lo stesso andamento nelle valutazioni soggettive e nelle modificazioni del riflesso di startle per le immagini spiacevoli.

Conclusioni

Queste ricerche hanno voluto essere un contributo per dimostrare che ad uguali domande di natura prettamente psicologica come ad esempio quali sono le valutazioni di piacevolezza e spiacevolezza di nudi, immagini spiacevoli e neutre si ottengono risposte diverse a seconda che si incentri la metodologia su risposte soggettive, comportamentali o fisiologiche. Nel particolare questo scollamento lo si è dimostrato nelle valutazioni di valenza delle immagini di nudi che entrano sovente come ingrediente di immagini piacevoli negli studi sperimentali sulle emozioni.

Riferimenti bibliografici

Brody, L.R. e Hall, J.A. (1993). Gender and emotion. In Lewis, M. e Haviland, J.M. (Eds.) Handbook of Emotions. New York: Guilford Press.

Costa, M., Ricci Bitti, P.E., e Bonfiglioli, L. (in press). Psychological connotation of harmonic musical intervals. Psychology of Music.

Lang, P., Greenwald, M.K., Bradley, M., e Hamm, A.O. (1993). Looking at pictures: Affective, facial, visceral, and behavioral reactions. Psychophysiology, 30, 261-273.

Lang, P., Öhman, A., e Vaitl, D. (1988). The International Affective Picture System. Gainesville: Center for Research in Psychophysiology, University of Florida.

FREQUENZA DELL’ATTIVITÀ OCULARE RAPIDA E SONNO A ONDE LENTE (SWS) IN SEGUITO A DEPRIVAZIONE SELETTIVA DI SWS

Luigi De Gennaro, Michele Ferrara, Giuseppina Cerritelli

Dipartimento di Psicologia, Università degli Studi "La Sapienza"

Introduzione

Nelle notti di recupero successive a deprivazioni parziali o totali di sonno è stato più volte evidenziato un decremento della frequenza dei movimenti oculari rapidi (REMs) durante il sonno REM (Lucidi F. et al., 1996). Il fenomeno è stato alternativamente interpretato come l’espressione di una relazione fra decremento dell’attività oculare rapida e aumento del "bisogno di sonno" o della sua "profondità", che caratterizzano le notti di recupero. Il presente esperimento si è posto l’obiettivo di valutare il contributo di queste due componenti mediante un disegno sperimentale che non alteri il bisogno di sonno (cioè che non manipoli la lunghezza delle notti di sonno), ma che determini ugualmente un incremento della profondità di sonno. A queste esigenze risponde un paradigma che consente di deprivare selettivamente di sonno a onde lente (SWS) senza influenzare il tempo totale di sonno e che, con una concomitante valutazione delle soglie uditive durante le notti di base e di recupero, fornisca una misura diretta della profondità del sonno. Si ipotizza, pertanto, che in conseguenza di una deprivazione selettiva di SWS che determini un incremento della quantità di SWS e l’elevazione delle soglie di risveglio nelle notti di recupero, si riscontri un parallelo decremento della frequenza dei REMs. Inoltre, con un approccio di regressione multipla, si valuterà se questo decremento dei REMs sia ascrivibile principalmente alla maggiore profondità del sonno (espressa dalle soglie di risveglio) o all’aumentata quantità di SWS.

Metodo

10 soggetti maschi hanno partecipato a 6 notti consecutive in laboratorio: 1) Adattamento, 2) Baseline (BSL), 3) Baseline con Risvegli (BSLR), 4-5) Deprivazione SWS 1-2 , 6) Recupero (REC). Nel corso della 4a e 5a notte i soggetti sono stati pressoché completamente deprivati di SWS (stadi 3+4) mediante la somministrazione di stimoli acustici di intensità variabile (40-105 db). Tale procedura ha determinato nella notte di recupero un rebound della quantità di SWS e un accorciamento della sua latenza (Ferrara M. et al., 1999). Nelle ultime 4 notti i soggetti sono stati anche risvegliati nello stadio 2 rispettivamente dopo 2, 5 e 7.5 ore di sonno mediante l’invio di stimoli acustici a 1000 Hz di frequenza. L’intensità degli stimoli aumentava progressivamente di 5 db, dai 40 fino ai 110 db, finché i soggetti non presentavano almeno 10 sec di ritmo alfa EEG (criterio di definizione delle soglie uditive di risveglio).

L’EEG (C3-A2 e C4-A1) e l’EMG sono stati registrati secondo criteri standard. L’EOG bipolare orizzontale è stato utilizzato per la siglatura dei REMs maggiori di 50°/sec (De Gennaro L. et al., 1995). La frequenza dei REMs è stata calcolata come rapporto tra il numero di REMs e la durata complessiva delle fasi di sonno REM.

Risultati e conclusioni

L’aumentata quantità di SWS conseguente alla deprivazione selettiva ha determinato un significativo aumento (F1,9= 11.24; p=.008) delle soglie di risveglio nelle notti di recupero (63.0 db) rispetto a quelle di baseline (48.8 db).

Un’ANOVA 2x4, NOTTE (baseline vs. recupero) x PERIODO REM (1° vs. 2° vs. 3° vs. 4°) sui valori trasformati in logaritmo della frequenza dei REMs ha evidenziato una loro significativa riduzione (F1,9=12.57; p=.006) nella notte di recupero rispetto alla baseline e un significativo incremento dal primo ai successivi periodi REM (F3,27=8.00; p=.0006).

Per chiarire se l’effetto ipotizzato sia spiegato principalmente dall’aumento della profondità del sonno o della quantità di SWS nella notte di recupero, è stata eseguita una regressione stepwise che ha considerato come predittori, rispettivamente l’entità del recupero di SWS e dell’elevazione delle soglie di risveglio, mentre l’entità del decremento della frequenza dei REMs è stato considerato come variabile criterio. I risultati indicano una correlazione multipla di .76 (R2= .58) e l’entrata della sola variabile "entità del recupero di SWS" nell’equazione di regressione (F1,8= 10.98).

I risultati suggeriscono, pertanto, che la diminuzione della frequenza dei REMs non dipenda dall’aumentato bisogno di sonno (tenuto costante nel presente disegno), ma prioritariamente dall’ammontare del recupero del SWS rispetto all’aumento della profondità del sonno.

Riferimenti bibliografici

De Gennaro L, Casagrande M, Di Giovanni M, Violani C, Herman J, Bertini M (1995) The complementary relationship between wake and REM sleep in the oculomotor system. EEG clin. Neurophysiol. 95: 252-256.

Ferrara, M., De Gennaro, L. and Bertini, M. (1999) Selective slow-wave sleep (SWS) deprivation and SWS rebound: do we need a fixed SWS amount per night? Sleep Res. Online 2: 15-19.

Lucidi, F., Devoto, A., Violani, C., De Gennaro, L., Mastracci, P. and Bertini, M. (1996) Rapid eye movements density as a measure of sleep need. EEG clin. Neurophysiol. 99: 556-561.

ATTIVITÀ MUSCOLARE FASICA NEL SONNO REM SUCCESSIVO A DEPRIVAZIONE TOTALE DI SONNO

Luigi De Gennaro, Francesca Anzidei, Simona Baldanza, Irene Lorusso

Dipartimento di Psicologia, Università di Roma "La Sapienza"

Introduzione

Sullo sfondo della generale atonia muscolare che caratterizza la fase REM del sonno si riscontrano una serie di attività muscolari di tipo fasico che non determinano interruzione del sonno: i movimenti oculari rapidi (REMs), le contrazioni dei muscoli dell’orecchio medio (MEMA) e i burst di attività EMG localizzata in un muscolo (TWITCH). La ricerca in psicofisiologia del sonno si è occupata lungamente di questi eventi fasici (soprattutto dei REMs), senza peraltro pervenire a conclusioni definitive sulla loro funzione all’interno del sonno REM. Una delle ipotesi avanzate propone che essi siano una risposta di startle controllata da un centro unico di controllo motorio (e.g., 1). L’ipotesi del centro unico di controllo motorio non è stata, però, mai valutata direttamente e gli unici riscontri sono di tipo correlazionale, indicando una debole associazione tra i tre tipi di attività muscolare fasica (e.g., 2).

Un approccio più diretto al problema potrebbe essere fornito dall’effetto, più volte replicato, di riduzione dei REMs nelle notti di recupero dopo deprivazioni totali o parziali di sonno (e.g., 3). Nell’ipotesi di un unico meccanismo centrale che controlli l’attività muscolare fasica del sonno REM, si ipotizza, quindi, che nelle notti di recupero in seguito a una deprivazione totale di sonno si riscontri un decremento di tutte le attività muscolari fasiche del sonno REM.

Metodo

10 soggetti maschi hanno partecipato a 3 notti nel laboratorio del sonno: 1) Adattamento, 2) Baseline (BSL), 3) Recupero (REC); le notti BSL e REC erano separate da un intervallo di 40 ore di veglia trascorse nel laboratorio sotto il controllo di almeno uno sperimentatore.

La registrazione notturna prevedeva un montaggio EEG (C3-A2 e C4-A1), EMG standard e una registrazione EOG sia orizzontale che verticale. Per la registrazione dei MEMA è stato utilizzato un trasduttore di pressione (inserito a tenuta pneumatica nel condotto uditivo esterno) sviluppato ad hoc. Per escludere artefatti muscolari, fonatori, da movimenti corporei o della testa sono stati utilizzati due EMG dei muscoli masseteri destro e sinistro, un EMG laringeo e uno strain gauge collegato all’apparato di trasduzione dei MEMA.

Per la siglatura dei REMs è stato utilizzato l’EOG orizzontale e per quella dei TWITCH l’EMG sottomentoniero. La frequenza dei REMs, dei MEMA e dei TWITCH è stata calcolata come rapporto tra il numero di eventi fasici e la durata complessiva delle fasi di sonno REM.

Risultati e conclusioni

I dati relativi alla frequenza dei tre eventi fasici sono stati sottoposti a una MANOVA a una via che ha confrontato le notti BSL con quelle REC. L’analisi ha evidenziato una diminuzione delle attività muscolari fasiche in seguito a deprivazione totale di sonno (Wilk’s Lambda=.048; p=.0002). Le analisi univariate suggeriscono, però, che l’effetto complessivo di riduzione dell’attività fasica interessa solo la frequenza dei REMs (F=33.06; p=.0004), che diminuisce significativamente nella REC (M=11.51) rispetto alla BSL (M=16.53), e la frequenza dei TWITCH (F=3.98; p=08), che presenta una tendenza a diminuire nella REC (M=.32) rispetto alla REC (M=.42). Al contrario la frequenza MEMA non presenta variazioni significative (F=.39; p=.55).

I risultati indicano, quindi, che nelle notti di recupero successive a deprivazione di sonno si verifica una diminuzione dell’attività muscolare fasica del sonno REM. La verifica dell’ipotesi di un centro unico di controllo motorio dell’attività fasica durante il sonno REM appare, però, limitata ai REMs e ai TWITCH, dal momento che i MEMA non presentano alcuna variazione apprezzabile. A conferma di questa dissociazione tra gli eventi fasici del sonno REM, le intercorrelazioni tra REMs e MEMA indicano una relazione di tipo negativo nelle notti BSL (r=-.63), mentre tra REMs e MEMA la relazione è positiva (r=.45).

Infine, per quanto riguarda l’interpretazione dell’effetto di riduzione dell’attività fasica, i dati suggeriscono una relazione negativa con la quantità di sonno a onde lente (SWS). Infatti, regressioni multiple stepwise hanno evidenziato una relazione significativa degli eventi fasici con la durata del SWS, sia in BSL che in REC (RBSL=.67; RREC=.60). In entrambi casi l’unica variabile che entra nell’equazione di regressione è la frequenza dei REMs.

Riferimenti bibliografici

Geisler, P. Meier-Ewert, K., Matsubayshi, K. Rapid eye movements, muscle twitches and sawtooth waves in the sleep of narcoleptic patients and controls. EEG clin. Neurophysiol., 1987, 67: 499-507.

Lucidi, F., Devoto, A., Violani, C., De Gennaro, L., Mastracci, P., Bertini, M. Rapid eye movements density as a measure of sleep need. EEG clin. Neurophysiol., 1996, 99: 556-561.

Morrison AR, Sanford LD, Ball WA, Mann GL, Ross RJ. Stimulus-elicited behavior in rapid eye movement sleep without atonia. Behav Neurosci. 1995, 109: 972-979.

POTENZIALI EVENTO-CORRELATI SOMATOSENSORIALI (SERP) E RISPOSTE DI CONDUTTANZA CUTANEA (SC) ELICITATI DA STIMOLI DOLORIFICI: EFFETTI DI DIFFERENTI SUGGESTIONI DI ANALGESIA IN IPNOSI

Vilfredo De Pascalis, Maria R. Magurano, Anna Bellusci

Dipartimento di Psicologia, Università di Roma "La Sapienza"

In questo studio vengono valutati gli effetti di differenti suggestioni di analgesia ipnotica considerando il recente modello costruttivistico della coscienza di Chapman e Nakamura (1998). Questo modello sostiene che il cervello costruisce gli elementi dell’esperienza dolorifica e li inserisce nel flusso di coscienza. Secondo questo modello le suggestioni di analgesia ipnotica riducono la percezione dolorifica quando generano ‘schemi dominanti’ che influenzano la costruzione della coscienza in corso. Scopo principale di questo lavoro è di valutare se l’analgesia ipnotica è il prodotto di un singolo schema dominante e se una suggestione di analgesia ipnotica diventa efficace quando è in grado di attivare tale schema. Sono stati registrati la percezione dolorifica, i potenziali SERP e le risposte della SC a stimoli nocicettivi durante le seguenti suggestioni in ipnosi: Rilassamento Profondo, Immaginazione Dissociativa, Analgesia Focalizzata, Placebo. Una condizione di Riposo, nello stato di veglia, è stata utilizzata come baseline. Le risposte fisiologiche sono state evocate mediante impulsi elettrici al polso destro, somministrati utilizzando il paradigma ‘odd-ball’. I potenziali evento-correlati sono stati registrati dalle regioni dello scalpo F3, F4, T3, T4, C3, C4, P3 e P4. Hanno partecipato all’esperimento soggetti destrimani: 10 donne con alto livello di ipnotizzabilità, 9 con medio e 10 con basso livello di ipnotizzabilità. Sono state misurate: 1) tolleranza al dolore e alla sofferenza; 2) soglia sensoriale dolorifica; 3) ampiezza di picco delle componenti SERP N2 (280 + 11 ms) e P3 (405 + 19 ms); 4) numero di risposte SC evocate; 5) indice di abituazione della SC; 6) tempo di reazione agli stimoli target e numero di risposte omesse. Tutti i soggetti hanno mostrato riduzioni significative dei livelli di autovalutazione del dolore e della sofferenza nelle condizioni di Rilassamento Profondo, Immaginazione Dissociativa e Analgesia Focalizzata in ipnosi, rispetto alla condizione di Riposo in veglia.. Il gruppo con alta ipnotizzabilità, rispetto agli altri gruppi, ha mostrato più marcate riduzioni della sofferenza nelle condizioni di Immaginazione Dissociativa, di Analgesia Focalizzata e, in minor misura, in quella di Rilassamento Profondo. Nella condizione di Placebo non sono state osservate differenze significative tra i gruppi. Il livello di percezione del dolore è risultato significativamente ridotto nei soggetti con alta ipnotizzabilità nelle condizioni di Immaginazione Dissociativa e di Analgesia Focalizzata in ipnosi, mentre nelle altre condizioni non è stata riscontrata una differenza significativa tra i gruppi. Tutti i soggetti hanno mostrato significative riduzioni del picco P3 in tutte le condizioni ipnotiche rispetto alla condizione di Riposo in veglia, sebbene tale riduzione nella condizione di Placebo risulta meno accentuata. Le regioni corticali temporali sono state le più sensibili a differenziare le risposte SERP tra i gruppi. Sui siti di registrazione T3 e T4 i soggetti del gruppo con alta ipnotizzabilità, rispetto agli altri gruppi, hanno mostrato picchi della componente P3 significativamente più piccoli e picchi N2 più grandi durante la condizione di Analgesia Focalizzata. In questa condizione, tali soggetti, hanno anche riportato il maggior numero di risposte omesse, minori tempi di reazione, più piccole e meno numerose risposte SC di orientamento. Non è stata trovata alcuna relazione tra livello di ipnotizzabilità e la vividezza dell’immagine mentale e tra quest’ultima e le valutazioni di dolore riferito. I risultati sono stati discussi mettendo in evidenza che ogni suggestione di analgesia è il prodotto di differenti processi neurofisiologici che accompagnano le differenti strategie cognitive utilizzate per la produzione dell’effetto analgesico. Quando l’effetto analgesico è in atto esso diventa il risultato di processi inibitori che caratterizzano l’attenzione focalizzata. Tali processi sono il prodotto dell’attività di un sistema sopraordinato localizzato nella corteccia fronto-temporale che interagisce con la formazione reticolare limbica e con le regioni corticali posteriori, per modulare l’input sensoriale specifico ai sistemi corticali posteriori (Pribram, 1991). Tali sistemi, secondo Chapman e Nakamura (1998) produrrebbero un nuovo schema dominante nel contenuto della coscienza individuale.

Riferimenti bibliografici

Chapman, C.R. & Nakamura, Y. (1998). Hypnotic analgesia: A constructivistic framework. The International Journal of Clinical and Experimental Hypnosis, 1, 6-27.

Pribram, K.H. (1991). Brain perception: Holonomy and structure in Figural Processing. Hillsdale, N.Y.: Erlbaum.

VARIAZIONI NELL’AMPIEZZA DELLA P300 IN FUNZIONE DELLA QUALITÀ DEL SONNO

Alessandra Devoto, Cristiano Violani

Dipartimento di Psicologia, Università di Roma "La Sapienza"

Introduzione

Alcuni studi indicano che gli insonni primari, caratterizzati da un disturbo di inizio e mantenimento del sonno indipendente da altri problemi psicologici o medici, hanno un livello eccessivo di arousal che potrebbe interferire con il loro sonno (e.g., 1). Tuttavia, i dati a favore di questa ipotesi sono controversi (e.g., 2, 3). È possibile che il contrasto tra i risultati dipenda anche dal fatto che la maggior parte delle ricerche assumono che l’eccessiva attivazione degli insonni sia una caratteristica di tratto stabile. Tuttavia, l’iperarousal degli insonni potrebbe essere una caratteristica di stato, modulata dalla variabilità tra notti "disturbate" e notti "normali" caratteristica di questo disturbo (e.g., 4).

Scopo di questo studio è stato quello di valutare l’ipotesi dell’iperarausal, considerando il possibile effetto della qualità della notte precedente. In un gruppo di insonni primari è stato, quindi, confrontato il livello di arousal corticale dopo una notte con disturbi del sonno (N-) e dopo una notte senza disturbi di sonno (N+). Come indice di attivazione corticale è stata considerata l’ampiezza della P300 in un gruppo di giovani soggetti con insonnia e di controllo. In base a precedenti studi sui potenziali evento correlati (ERPs; e.g., 5) è stato ipotizzato che l’ampiezza della P300 fosse maggiore negli insonni dopo la notte (N-). In entrambi i gruppi, in seguito alle due notti considerate, sono stati valutati anche i tempi di reazione al compito di discriminazione acustica utilizzato per la registrazione della P300.

Metodo

11 studenti universitari con insonnia primaria in base ai criteri del DSM-IV, inseriti in un programma di valutazione e trattamento non-farmacologico dell’insonnia, hanno costituito il gruppo "insonni"; 11 studenti, con una latenza di addormentamento <15’, senza risvegli notturni e/o risveglio precoce hanno partecipato come controlli. Le caratteristiche di personalità e del sonno di entrambi i gruppi sono state valutate, rispettivamente, mediante il MMPI e un’intervista strutturata sui disturbi del sonno.

La selezione delle notti precedenti alle registrazioni della P300 è avvenuta mediante una rilevazione giornaliera dei parametri del sonno su diari. In seguito a una N+ e a una N- per gli insonni e a due notti di sonno abituale per i controlli, la P300 è stata rilevata, con un montaggio standard, dalle derivazioni Fz, Cz, e Pz referenziate ai mastoidi A1 e A2. Il segnale EEG è stato registrato, amplificato, mediato e memorizzato con un sistema digitalizzato (Brain-Quick, Micromed). Per la rilevazione della P300 è stato utilizzato un compito di discriminazione di stimoli acustici (Paradigma Oddball). I soggetti dovevano rispondere solo ai suoni di altezza tonale elevata (target), premendo il tasto di un joystick. La prova (della durata di circa 15 minuti) veniva effettuata in laboratorio con il soggetto accomodato su una poltrona a occhi chiusi.

Analisi dei dati

Le medie dei principali parametri della qualità del sonno (latenza di addormentamento, veglia intranotturna e indice di efficienza del sonno) della N+ e della N- degli insonni e delle due notti normali dei controlli sono state sottoposte separatamente ad ANOVA fattoriali considerando come fattori il GRUPPO (insonni vs. controlli) e la NOTTE (N+ vs. N-). Le medesime analisi della varianza sono state condotte anche sulle ampiezze medie della P300 (per ciascuna delle tre derivazioni corticali FZ, CZ e PZ) e sulle medie dei tempi di reazione alle prove di discriminazione degli stimoli.

Risultati

I risultati sui parametri del sonno indicano che negli insonni solo la N- è caratterizzata da parametri del sonno peggiori rispetto ai controlli. La ampiezza della P300 registrata da FZ mostra un’interazione significativa (F1,20=4.50, p=.046) GRUPPO X NOTTE. I post-hoc (test di Duncan) sulle ampiezze medie dell’interazione indicano che negli insonni vi è una maggiore attivazione corticale solo dopo la N-, mentre nei controlli non vi sono variazioni.

Nessun altro effetto è risultato significativo.

Conclusioni

I risultati mostrano che l’ampiezza media della P300 degli insonni è significativamente maggiore dopo la N- rispetto alla N+, suggerendo che la maggiore attivazione corticale degli insonni dipende soprattutto dalla qualità della notte precedente. Future ricerche che valutino il livello di arousal prima e dopo notti di diversa qualità potranno verificare questa ipotesi.

Riferimenti bibliografici

Bonnet M.H. & Arand D.L. (1996). Insomnia -nocturnal sleep disruption-daytime fatigue; the consequence of a week of insomnia. Sleep, 18: 581-588.

Lichstein L., Wilson N., Noe S., Aguillard R., Bellur S. (1994). Daytime sleepiness in insomnia: behavioural, biological and subjective indices. Sleep; 17(8):693-702.

Gross R.T. & Borkovec T.D. (1982) Effects of cognitive intrusion manipulation on sleep-onset latency of good sleepers. Behavior Therapy, 13: 112-116.

Reite M., Buysse D., Reynolds C. & Mendelson W. (1995). The use of polisomnography in the evaluation of insomnia. Sleep, 18(1):58-70.

Harsh J., Voss U., Hull J., Schepfer S. & Badia P. (1994). ERPs and behavioural changes during wake/sleep transition. Psychophysiology, 31:244-252.

DINAMICA DEL LIVELLO DELL’ATTIVITÀ EEG DI FONDO DURANTE IL SONNO NREM NEL CORSO DI DUE EPISODI DI SONNO NOTTURNO IN LATTANTI

Igino Fagioli1, Piero Salzarulo2

1Dipartimento di Teoria, Storia e Ricerca Sociale, Università di Trento

2Dipartimento di Psicologia generale, dei processi di sviluppo e di socializzazione, Università di Firenze.

Il modello di regolazione dei ritmi veglia-sonno (Borbély, 1982; Daan, Beersma, Borbély, 1984) è basato sull’interazione tra due processi tra loro indipendenti, il processo omeostatico S (che aumenta durante la veglia e diminuisce durante il sonno) e il processo circadiano C (il cui andamento oscilla tra un minimo nelle prime ore del mattino e un massimo nel pomeriggio). L’andamento del processo C regola il livello di due soglie: la soglia minima L (quando durante il sonno il processo S scende al livello di questa soglia, il soggetto tende a svegliarsi spontaneamente) e la soglia massima H (quando durante la veglia il processo S aumenta fino a raggiungere il livello di questa soglia, il soggetto tende ad addormentarsi spontaneamente). I dati empirici alla base di tale modello, ricavati da soggetti adulti che dormivano normalmente soltanto la notte (ritmo veglia-sonno monofasico), hanno utilizzato come indicatore del livello del processo S le misure quantificate con l’analisi spettrale dell’attività elettroencefalografica di fondo (EEG).

Poiché nel corso del primo anno di vita è ancora molto frequente osservare interruzioni del sonno notturno anche di lunga durata, la presente ricerca su 12 lattanti di età compresa tra 9 e 47 settimane, il cui sonno era caratterizzato dalla presenza di almeno due episodi di sonno separati da uno di veglia si è proposta di verificare:

a) la comparsa precoce (fin dai primi mesi di vita) dei meccanismi di regolazione del sonno previsti dal modello omeostatico, accertando il ruolo della durata della veglia spontanea notturna sulle caratteristiche dell’EEG del sonno successivo;

b) se durante il primo anno di vita la dinamica dell’attività EEG durante il sonno NREM, che mostra un andamento decrescente all’interno del primo episodio di sonno (Fagioli, Bess, Peirano, Salzarulo, 1995), abbia le stesse caratteristiche oppure ne assuma di diverse negli episodi di sonno notturno successivi.

Per i primi due periodi di sonno NREM di ciascuno dei due episodi di sonno successivi sono stati calcolati tre indicatori dell’andamento temporale di un parametro, ottenuto con tecniche di analisi automatica (Fagioli, Salzarulo, 1998), che riflette il livello di sincronizzazione dell’EEG (intendendo per sincronizzazione dell’EEG la prevalenza di onde di elevata ampiezza e bassa frequenza su quelle di bassa ampiezza e di elevata frequenza): i) l’ampiezza dell’escursione del parametro (differenza tra i valori del parametro EEG massimo e minimo), ii) la latenza del valore di massima sincronizzazione (intervallo tra inizio del sonno NREM e momento di massima sincronizzazione), e iii) la velocità di sincronizzazione (ampiezza/latenza).

a) I tre indicatori dell’andamento temporale dell’attività EEG di fondo nel corso del sonno NREM successivo alla veglia notturno sono stati presi come variabili dipendenti in altrettanti modelli di regressione multipla, nella quale le variabili indipendenti erano l’età e la durata della veglia precedente (dopo trasformazione logaritmica, in quanto il modello prevede un andamento temporale esponenziale del processo S, tanto durante la veglia che durante il sonno). L’ampiezza dell’escursione del parametro è risultata correlata con il logaritmo della durata della veglia precedente (p=.011); la latenza del valore di massima sincronizzazione (p=.048) e la velocità di sincronizzazione (p=.013) erano invece correlati solo con l’età rispettivamente positivamente e negativamente. La relazione tra la durata della veglia precedente e l’ampiezza di escursione del parametro durante il sonno successivo è una ulteriore conferma della precoce emergenza della regolazione omeostatica del sonno; la fisiologica notevole diminuzione della velocità di sincronizzazione nel corso del primo anno di vita (Fagioli, Bess, Peirano, Salzarulo, 1995) potrebbe invece aver mascherato la sua probabile correlazione con la durata della veglia precedente (Fagioli, Salzarulo, 1998).

b) Tutti e tre gli indicatori sono risultati diversi tra il primo periodo di sonno NREM e il secondo in entrambi gli episodi di sonno (rispettivamente p=.021, p=.004 e p<.001), indipendentemente dall’età, confermando un andamento discendente del processo S all’interno anche degli episodi di sonno successivi al primo. Inoltre, la velocità di sincronizzazione (ma non l’ampiezza dell’escursione del parametro e la latenza del valore di massima sincronizzazione) è risultata più elevata nel primo episodio di sonno che nel secondo (p=.016), mostrando pertanto, fin da età molto precoci, un andamento temporale decrescente del processo S, non solo all’interno di ciascun episodio di sonno, ma anche nel corso di episodi di sonno successivi nell’arco della stessa notte (Fagioli, Salzarulo, 1997).

Riferimenti bibliografici

Borbély AA. A two process model of sleep regulation. Hum Neurobiol 1 (1982) 195-204.

Daan S, Beersma DGM, Borbély AA. Timing of human sleep: recovery process gated by a circadian pacemaker. Am J Physiol 246 (1984) R161-R178.

Fagioli I, Bes F, Peirano P, Salzarulo P. Dynamics of EEG background activity level within quiet sleep in successive cycles in infants Electroenceph Clin Neurophysiol 94 (1995) 6-11.

Fagioli I, Salzarulo P. Dynamics of EEG background activity level during quiet sleep in multiple nocturnal sleep episodes in infants Electroenceph Clin Neurophysiol 103 (1997) 6-11.

Fagioli I, Salzarulo P. Prior spontaneous nocturnal waking duration and EEG during quiet sleep in infants: an automatic analysis approach Behav Brain Res 91 (1998) 23-28.

VARIAZIONI STAGIONALI DELL’UMORE E TIPOLOGIA CIRCADIANA

Paolo Scapellato, Vincenzo Natale

Dipartimento di Psicologia, Università di Bologna

Attualmente suscitano molto interesse le ricerche sulle variazioni stagionali del tono dell’umore, soprattutto dopo la descrizione, da parte di Rosenthal e coll. (1984), di una vera e propria "sindrome stagionale". Questa sindrome, chiamata Disturbo Affettivo Stagionale (DAS), presenta caratteristiche proprie oltre al corteo sintomatologico classico della depressione, ed è per questo motivo che molti vorrebbero dare autonomia a questa diagnosi. Il DSM IV, in effetti, riconosce l’andamento stagionale di alcune forme di disturbi, ma lo considera come sottotipo della depressione maggiore e dei disturbi bipolari I e II. Il DAS può manifestarsi con fasi depressive invernali (winter blues), che rappresenta la forma classica; esiste poi una sindrome DAS-tipo estate con episodi depressivi in questa stagione e, infine, una forma più leggera, considerata prodromica, che prende il nome di Subsindrome-DAS. Il disturbo stagionale compare in genere tra i 20 e i 30 anni, e l’età dei pazienti con DAS conclamato è tra i 30 e i 40 anni. Le femmine sono le più colpite con un rapporto col sesso maschile di circa 4 a 1.

Il presupposto è che le variazioni stagionali dell’umore siano causate dall’effetto dei mutamenti ambientali, in particolare il fotoperiodo, sull’organismo. Tali variazioni sono presenti, seppure in misura più lieve, anche nei soggetti normali. È possibile che, oltre alle differenze di genere, anche altre caratteristiche individuali possano modulare l’interazione uomo-ambiente, come ad esempio la tipologia circadiana (mattutini-intermedi-serotini). I tipi mattutini sono caratterizzati da un ciclo veglia-sonno più regolare e preferiscono svolgere le proprie attività in orario diurno (luce). Al contrario, i tipi serotini mostrano un ciclo veglia-sonno più flessibile e sono prevalentemente attivi nella seconda parte della giornata (buio) È possibile quindi ipotizzare un differente effetto delle variazioni stagionali del fotoperiodo nelle due tipologie circadiane estreme. In particolare, ci aspettiamo di trovare una maggiore sensibilità alle variazioni stagionali nei tipi mattutini.

Metodo

Campione

Per questa ricerca è stato utilizzato un campione formato da 18 soggetti, 9 maschi e 9 femmine (età media 22.22 anni e DS = 2.73). Questo gruppo è stato selezionato da una popolazione di 63 soggetti, studenti o lavoratori, in base al risultato ottenuto al Morningness-Eveningness Questionnaire (MEQ) che indica la tipologia circadiana di appartenenza. Costituiscono quindi il campione 3 maschi e 3 femmine per ognuna delle tre tipologie.

Materiali

Per misurare l’umore è stata usata la versione italiana del Profile of Mood States (POMS) (Farnè, Sebellico, Gnugnoli e Corallo, 1989). I soggetti sono stati selezionati con la versione italiana del MEQ (Mecacci e Zani, 1983). Infine i 18 soggetti hanno compilato la versione italiana del Seasonal Pattern Assessment Questionnaire (SPAQ) (Ficca, Barbato, Beatrice e Muscettola, 1996), un questionario di autovalutazione sulla sensibilità ai cambiamenti stagionali.

Disegno sperimentale

Si è adottato un disegno a modello misto a misure ripetute. Per ogni soggetto era prevista una somministrazione a intervallo mensile del POMS per la durata di un anno.

Risultati

Per quanto riguarda il punteggio dello SPAQ, le femmine hanno ottenuto un punteggio significativamente più alto (11.22) rispetto ai maschi (7.77) (test di Mann-Whitney; p<.05). Inoltre, solo il 22.22% dei maschi valuta come problematiche le variazioni stagionali contro l’88.88% delle femmine (c 21=5.55; p<.01).

La tipologia circadiana risulta, con i dati del POMS, una variabile importante. L’analisi della varianza, tra tipologia (3 livelli: serotini, mattutini, intermedi) e mesi dell’anno (12 livelli), presenta un’interazione significativa (F22,165=1.65, p<.04). I serotini e i mattutini si differenziano soprattutto in estate, dove si registra il livello maggiore di benessere per i primi e il peggiore per i secondi.

Conclusioni

Il risultato della maggior sensibilità ai cambiamenti stagionali nelle donne è in linea con quanto descritto in letteratura.

Dalle analisi sulla tipologia circadiana, emerge che sono i serotini a migliorare molto con l’estate, mentre i mattutini sembrano stare meglio nelle stagioni di passaggio (primavera e autunno). Gli intermedi mostrano, come ci si poteva attendere, un ritmo con valori centrali rispetto alle altre due tipologie.

Possiamo provvisoriamente concludere che entrambi i gruppi mostrano una certa sensibilità alle variazioni stagionali, ma in modo diverso: i mattutini preferiscono i periodi in cui le condizioni ambientali non raggiungono valori estremi, i serotini, al contrario, stanno meglio con l’aumentare del fotoperiodo. In altre parole, i serotini, che tendono a non rispettare il ciclo luce-buio, si trovano meglio in estate grazie al maggior periodo di luce che riduce lo sfasamento degli orologi interni con quelli esterni; i mattutini invece risentono delle modificazioni estreme, sia in inverno che in estate, e i loro ritmi si adeguano meglio ai valori intermedi del fotoperiodo.

Riferimenti bibliografici

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