
Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione Università di Padova
L’obiettivo della mia comunicazione è quello di presentare i risultati fino ad ora ottenuti tramite alcune ricerche che, nel loro insieme, concorrono a costituire un progetto d’indagine ad ampio raggio, il quale ha come oggetto la presenza, la tipologia, l’origine, la comprensione e le funzioni cognitive delle figure retoriche nel linguaggio iconico.
Con linguaggio iconico mi riferisco al linguaggio delle immagini statiche, bidimensionali e tridimensionali, ottenute tramite tecniche diverse (in particolare, disegno, grafica, pittura, fotografia, computer graphics, scultura) e prodotte in campi specifici (in particolare, le arti visive, il disegno umoristico, la satira, i comics, la pubblicità). E con figure retoriche mi riferisco ai tropi o traslati o alle figure del pensiero (ad esempio, metafora, metonimia, sineddoche, sinestesia, iperbole, ossimoro, personificazione, ecc.) che vengono usati nel linguaggio iconico al fine di rendere efficace — espressivo — il processo comunicativo o, in altri termini, secondo una definizione di carattere psicologico, a tutti quegli espedienti formali, frutto di un "pensiero figurato" (R.W. Gibbs, 1994), che contribuiscono a dare "qualità espressive" (R. Arnheim, 1966; 1974) al "significato percettivo e rappresentativo" (A. Argenton, 1996) dei prodotti del linguaggio iconico.
Su questo oggetto di indagine esistono sporadici e non sistematici studi (ad esempio, J.M. Kennedy, 1982) o lavori che, rivolti principalmente alla comunicazione letteraria, ne accennano soltanto (ad esempio, R. Arnheim, 1966; R.W. Gibbs, 1994; C.R. Hausman, 1989), anche se sembra inizi a manifestarsi un maggiore e più deciso interesse nei suoi confronti (V. Kennedy, J.M. Kennedy, 1993). Tuttavia, sulla base degli assunti che il linguaggio figurato è manifestazione del pensiero e non mero fatto linguistico (G. Lakoff, M. Johnson, 1980), che il pensiero e l’immaginazione hanno origini e fondamento nella percezione (R. Arnheim, 1969) e nell’esperienza corporea (M. Johnson, 1987), che fra linguaggio verbale e linguaggio visivo vi siano, oltre alle differenze, delle similarità (R. Arnheim, 1986a; 1986b; 1992; W.J.T. Mitchell, 1995; J. Muhovic, 1997), non mancano i riferimenti teorici a cui ricondurre l’indagine stessa e che sono integrabili con quelli, anche di carattere metodologico, presenti nella psicologia delle arti visive (R. Arnheim, 1974; J. Willats, 1997; R. Wollheim, 1987).
Le ricerche, di cui verranno presentati i principali risultati attraverso una serie di esempi, sono state svolte adottando una metodologia diversificata a seconda dei campi ai quali erano rivolte. In sintesi, è stata esaminata — tramite analisi formale, di contenuto e contestuale, ricorrendo, in alcuni casi, al giudizio di esperti e attuando un confronto, laddove possibile, con la letteratura specialistica in proposito — la produzione iconica di singoli artisti, appartenenti a varie epoche e tendenze stilistiche, la produzione iconica a noi contemporanea di tipo pubblicitario, satirico, umoristico, fumettistico, presente in pubblicazioni edite in un determinato lasso di tempo e scelte seguendo alcuni criteri di campionamento, e si sono individuate e classificate le metafore e gli altri tropi usati nelle produzioni stesse.
I risultati, allo stato di analisi e di interpretazione a cui si è giunti, sembrano confermare la possibilità di trovare corrispondenze tra figure del linguaggio verbale e figure del linguaggio iconico; di iniziare a creare, così, una tipologia di queste ultime con lo scopo di indagare a fondo l’origine, la comprensione e le caratteristiche funzionali di tipo cognitivo delle stesse.
Riferimenti bibliografici
Argenton, A. (1996) Arte e cognizione. Introduzione alla psicologia dell’arte, Raffaello Cortina, Milano.
Arnheim, R. (1966) Linguaggio astratto e metafora, in R. Arnheim, Verso una psicologia dell’arte, tr. it. Einaudi, Torino 1969, pp. 323-344.
Arnheim, R. (1969) Il pensiero visivo, tr. it. Einaudi, Torino 1974.
Arnheim, R. (1974) Arte e percezione visiva. Nuova versione, tr. it. Feltrinelli, Milano 1981.
Arnheim, R. (1986a) Unità e diversità delle arti, in R. Arnheim, Intuizione e intelletto, tr. it. Feltrinelli, Milano 1987, pp. 85-98.
Arnheim, R. (1986b) Linguaggio, immagine e poesia concreta, in R. Arnheim, Intuizione e intelletto, tr. it. Feltrinelli, Milano 1987, pp. 112-124.
Arnheim, R. (1992) La lettura delle immagini e le immagini della lettura, in R. Arnheim, Per la salvezza dell’arte, tr. it. Feltrinelli, Milano 1994, pp. 64-72.
Gibbs, R.W., (1994) The poetics of mind. Figurative thought, language, and understanding. Cambridge, Cambridge University Press.
Hausman, C.R. (1989) Metaphor and art. Interactionism and reference in the verbal and nonverbal arts. Cambridge, Cambridge University Press.
Johnson, M. (1987) The body in the mind. The bodily basis of meaning, imagination, and reason. Chicago, The University of Chicago Press.
Kennedy, J.M. (1982) Metaphor in pictures, Perception, 11, pp. 589-605.
Kennedy, V., Kennedy, J.M. (1993) A special issue: Metaphor and visual rhetoric, Introduction, Metaphor and Symbolic Activity, 3, pp. 149-151.
Lakoff, G., Johnson, M. (1980) Metafora e vita quotidiana, tr. it. Editori Europei Associati (s.l.) 1982.
Mitchell, W.J.T. (1995) Picture theory: Essays on verbal and visual representation, Chicago, The University Chicago Press.
Muhovic, J. (1997) Linguistic, pictorial and metapictorial competence, Leonardo, 3, pp. 213-219.
Willats, J. (1997) Art and representation. New principles in the analysis of pictures, Princeton, Princeton University Press.
Wollheim, R. (1987) Painting as an art, Princeton, Princeton University Press.
Centro di Scienza Cognitiva, Università di Torino
La comunicazione è un’attività cooperativa e intenzionale di un agente volta modificare gli stati mentali del proprio interlocutore (Austin 1962, Grice 1989, Searle 1969). In particolare la comunicazione di successo consiste nel cambiamento degli stati mentali di una persona, in seguito al riconoscimento dell’intenzione comunicativa espressa da un altro agente: la comunicazione fallisce se l’attore non riesce a modificare gli stati mentali del partner nel senso desiderato.
Da un punto di vista pragmatico i fallimenti comunicativi non hanno ricevuto grande attenzione e, in ogni caso, nessuna delle correnti teorie considera quali siano le rappresentazioni mentali e i processi cognitivi implicati nel riconoscimento e recupero di differenti tipi di fallimenti comunicativi.
Questa ricerca rappresenta sia una estensione teorica che una validazione empirica, della Pragmatica Cognitiva di Airenti, Bara & Colombetti (1993a; 1993b), una teoria dei processi cognitivi umani sottostanti la comprensione e produzione di atti comunicativi. Questa teoria ha già permesso di effettuare ipotesi sullo sviluppo di differenti abilità comunicative come la comprensione di atti linguistici semplici e complessi, ironia e inganno in bambini normali e con danni cerebrali (Bara, Bosco & Bucciarelli 1999a; 1999b).
Secondo Airenti et al. un enunciato di successo richiede la costruzione, da parte del partner, di una rappresentazione mentale per cui: è riconosciuto l’atto espressivo dell’enunciato, riconosciuto il significato inteso dall’attore nell’emetterlo ed è riuscito l’effetto comunicativo desiderato dell’attore, l’effetto cioè che chi pronuncia l’enunciato vuole raggiungere sul partner.
Sulla base della teoria della Pragmatica Cognitiva è possibile proporre una tassonomia che individua differenti tipi di fallimenti comunicativi.
Fallimento dell’atto espressivo: consiste nella incomprensione o nel fraintendimento, da parte del partner, dell’aspetto espressivo dell’enunciato.
Fallimento del significato inteso dall’attore. consiste nella incomprensione o nel fraintendimento del significato che l’attore voleva esprimere pronunciando l’enunciato.
Fallimento dell’effetto comunicativo: consiste nel rifiuto del partner ad accettare il gioco proposto. In questo caso, a differenza dei precedenti, il partner comprende la mossa proposta dall’attore ma la rifiuta. Il partner può quindi rifiutare la mossa, cioè non accettando quella particolare proposta che realizza il gioco, o rifiutare il gioco, non accettando nessuna fra le mosse disponibili congruenti con il gioco proposto.
È possibile ipotizzare un trend di difficoltà crescente sia nel riconoscimento che nel recupero dei differenti tipi di atti comunicativi. Tali predizioni dipendono dalla complessità delle rappresentazioni mentali e dei processi cognitivi implicate nei differenti compiti.
Riconoscimento: dal compito più semplice al più difficile, fallimento dell’effetto comunicativo, fallimento dell’atto espressivo, fallimento del significato inteso dall’attore. Un’assunzione sottostante tale ipotesi è che comprendere quale sia il gioco agito da un attore sia più difficile che riconoscere quale sia la mossa agita.
Recupero: dal compito più semplice al più difficile: fallimento dell’atto espressivo, fallimento del significato inteso dall’attore, fallimento dell’effetto comunicativo. In particolare recuperare il rifiuto della mossa è più facile che recuperare il rifiuto del gioco. Nel formulare tale ipotesi assumiamo che cambiare gioco sia più difficile che cambiare mossa scegliendone una alternativa ma congruente con quel gioco. Inoltre assumiamo che cambiare la formulazione della mossa, sia più difficile che la semplice ripetizione della mossa.
È possibile ipotizzare infine che riconoscere un fallimento comunicativo è più semplice del rispettivo recupero. Il recupero del fallimento richiede un’attiva pianificazione, e questo è più difficile del semplice riconoscimento di una data situazione. Per recuperare con successo un fallimento il partner deve infatti avere, oltre una rappresentazione mentale, che gli consenta di comprendere che è avvenuto un fallimento, una strategia che gli permetta di superarlo.
Un gruppo di ottanta bambini appartenenti alle seguenti fasce d’età ha partecipato all’esperimento: 3-3;6, 4;6-5 6-6;6, 7;6-8. L’esperimento consiste nella presentazione di brevi (10-15 secondi) scenette videoregistrate (4 per ogni compito + 4 prove di controllo) in cui è rappresentata una semplice interazione comunicativa. Le prove rappresentano una situazione in cui il protagonista chiede qualcosa ad un partner e questi o non comprende, o fraintende, o si rifiuta di accogliere la proposta dell’attore: in ogni caso la meta che si era prefissato l’attore nel proferire l’enunciato fallisce. Al termine di ogni prova lo sperimentatore chiede al bambino di riconoscere e recuperare il fallimento.
I risultati dell’esperimento confermano tutte le predizioni circa la crescente difficoltà implicata nei compiti di riconoscimento e recupero del fallimento di un atto comunicativo. È possibile concludere che la teoria della Pragmatica cognitiva fornisce un frame-work teorico che differenzia tra diversi tipi di fallimenti comunicativi e spiega la crescente capacità dei bambini a trattare con essi.
Riferimenti bibliografici
Airenti, G., Bara, B.G. & Colombetti, M. 1993a. Conversation and behavior games in the pragmatics of dialogue. Cognitive Science, 17, 197-256.
Airenti, G., Bara, B.G. & Colombetti, M. 1993b. Failures, exploitations and deceits in communication. Journal of Pragmatics, 20, 303-326.
Airenti, G., Bara, B.G. & Colombetti, M. 1984. Planning and understanding speech acts by interpersonal games. In: Computational models of natural language processing, eds. B.G. Bara & G. Guida. Amsterdam: North-Holland.
Austin, J.L. 1962. How to do things with words. London: Oxford University Press. [2nd ed. revised by J.O. Ormson & M. Sbisà. London: Oxford University Press, 1975].
Bara, B.G., Bosco F.M., & Bucciarelli M. 1999a. Rappresentazioni mentali e competenza pragmatica in età evolutiva. Giornale Italiano di Psicologia. In stampa.
Bara, B.G., Bosco F.M., & Bucciarelli M. 1999b. Developmental Pragmatics in normal and abnormal children. Brain and Language, Special Issue, in press.
Grice, H.P. 1989. Studies in the way of words. Cambridge, MA, & London: Harvard University Press.
Searle, J.R. 1969. Speech acts: An essay in the philosophy of language. London: Cambridge University Press.
Livia Colle, Monica Bucciarelli
Centro di Scienza Cognitiva, Università di Torino
Secondo la teoria della comunicazione umana da qui origina questo lavoro, la Pragmatica Cognitiva (Airenti, Bara e Colombetti, 1993), esistono due diverse modalità di comprensione di un atto comunicativo: un processo inferenziale standard ed uno non standard. Nel primo caso un atto comunicativo viene compreso per mezzo di regole per default, in altre parole il contesto permette di comprendere pienamente il significato dell’enunciato. Atti comunicativi non standard, invece, necessitano dell’applicazione di inferenze più complesse, dal momento che il contesto immediato non è sufficientemente informativo. Secondo questa prospettiva, la comprensione di un atto comunicativo richiede un numero di inferenze minori rispetto alla comprensione e al recupero di un fallimento comunicativo. Per riconoscere un fallimento è infatti necessario confrontare la rappresentazione di ciò che l’attore intendeva, con la rappresentazione che l’interlocutore si è costruito; quindi, per recuperare il fallimento è necessario formulare un strategia consistente con l’intenzione originaria dell’attore (Bara, Bosco e Bucciarelli, 1998).
Riguardo alla capacità di assumere punti di vista diversi – sia percettivi che epistemici - esiste un’estesa letteratura che prende il nome di teoria della mente (e.g. Premack e Woodruff, 1978). La capacità di "decoupling", cioè di tenere contemporaneamente a mente l’effettivo stato del mondo e una, o più, sue interpretazioni soggettive, è da considerarsi un’abilità cognitiva di base da cui, successivamente dipendono altre capacità quali il gioco simbolico, le competenze linguistiche, la comprensione di comportamenti e atti altrui. Sembra perciò un’abilità molto vicina a ciò che noi riteniamo necessario per la comprensione e il recupero di atti comunicativi falliti. Entrambi infatti, teoria della mente e recuperi di fallimenti richiedono di lavorare contemporaneamente su differenti rappresentazioni della realtà (metarappresentazioni). (cfr. Feldman e Kalmar 1996).
La teoria della mente ha dedicato molta attenzione al disturbo dell’autismo, individuando all’origine della patologia proprio l’impossibilità di considerare l’altro come un individuo capace di formulare rappresentazioni del mondo non necessariamente coincidenti con le proprie (Baron Cohen, Frith e Leslie, 1985).
Un’ipotesi alternativa ad una mancanza di teoria della mente è quella che indica come deficit originario dell’autismo quello attentivo. Diversi autori (Ozonoff et al., 1991, Pierce et al., 1997) sottolineano come il problema dei soggetti autistici sia una generale impossibilità nel controllo del meccanismo attentivo (funzione esecutiva). Questa difficoltà attentiva spiegherebbe di conseguenza molti dei problemi cognitivi dei soggetti autistici.
In accordo con questa seconda linea teorica la nostra ipotesi di lavoro prevede che una volta individuata una metodologia sperimentale che riduca il carico attentivo, le prestazioni dei soggetti autistici in compiti pragmatici (quali il recupero di fallimenti comunicativi) e in compiti di teoria della mente migliorino vistosamente, non discostandosi dalle prestazioni dei soggetti normali. In secondo luogo ipotizziamo di rintracciare delle correlazioni fra le prestazioni dei soggetti sperimentali nei due compiti.
Venti soggetti autistici con diagnosi di autismo (DSM-IV) hanno partecipato al nostro esperimento. Il criterio di selezione dei soggetti ha riguardato la loro abilità nell’utilizzo della Comunicazione Facilitata (Biklen, 1991). Questa tecnica permette loro di utilizzare la tastiera di un computer per comunicare in quasi completa autonomia. La possibilità di mantenere lo stimolo visivo per tutto il tempo necessario alla generazione di una risposta e la possibilità di elaborare una risposta per iscritto, ha permesso di superare almeno in parte le difficoltà attentive di questi soggetti. Il campione era costituito da soli maschi di età compresa tra i 7 e i 18 anni (età media 11), la maggior parte completamente muti. Il gruppo di controllo Ë stato costruito in base all’età, il sesso, la comprensione del linguaggio scritto (punteggio medio Test di Bada = 43) e le abilità di ragionamento non verbali (punteggio medio Matrici Colorate di Raven = 31). L’esperimento si Ë svolto individualmente in una stanza tranquilla alla presenza dello sperimentatore, del soggetto e di una figura familiare per il soggetto autistico. Questa figura Ë stata introdotta per rendere il più possibile semplice l’approccio a questi soggetti. Il protocollo sperimentale prevedeva 2 compiti di teoria della mente presentati per iscritto (False Belief, Smarties Test) e tre compiti di recupero di fallimenti, sempre per iscritto. In particolare, recupero di atto linguistico diretto, indiretto, e inganno.
I risultati dell’esperimento relativi alla capacità di recuperare un fallimento comunicativo non rilevano differenze significative nella prestazione globale dei due gruppi (88% di risposte corrette negli autistici, 92% nei soggetti normali, Mann-Whitney: z =-0.35, p = 0.73). Anche nell’analisi dei diversi recuperi considerati separatamente non si riscontrano differenze significative (Mann-Whitney: z con un valore da 0.000 a –0.281, p con un valore da >0.999 a 0.7787).
In accordo con le nostre previsioni, anche in compiti di teoria della mente non ci sono differenze significative fra i due gruppi (Mann-Whitney: z = -2.18, p<.03).
Infine, i risultati delle correlazioni fra le prestazioni dei soggetti autistici in compiti di teoria della mente e compiti di recupero di fallimenti rivelano una stretta relazione fra le due prestazioni (correlazioni di Spearman: z con valore da 3.571 a 2.868 , p con valore da .0041 a .0004).
I risultati dell’esperimento sono a conferma del fatto che esiste una stretta relazione fra teoria della mente e recupero di fallimenti comunicativi. Suggeriscono inoltre che una volta aggirate le difficoltà attentive dei soggetti autistici le loro prestazioni nei due compiti non differiscono dalle prestazioni dei soggetti normali.
Riferimenti bibliografici
Airenti, G., Bara, B. G. e Colombetti, M. 1993. Conversation and behavior games in the pragmatics of dialogue. Cognitive Science, 17, 197-256.
Bara, B., Bosco, F. e Bucciarelli, M. 1999. Rappresentazioni mentali e competenza pragmatica nei bambini. Giornale Italiano di Psicologia, in stampa.
Baron-Cohen, S., Leslie, A. e Frith, U. 1985. Does the autistic child have a ‘theory of mind’? Cognition, 21, 37-46.
Bilken, D. 1991. New Words. The communication of students with autism. Remedial and Special Education, 12, 6-47.
Feldman, C.F. e Kalmar, D. 1996. You can’t step in the same river twice: Repair and repetition in dialogue. In C. Bazzanella (ed.) Repetition in dialogue. Tubingen: Niemeyer.
Ozonoff, S., Pennington, B.F. e Rogers, J.S. 1991. Executive function deficits in high functioning autistic individuals: relationship to theory of mind. Journal of Child Psychology and Psychiatry, 32, 1081-1104.
Pierce, K., Glad, K., e Schreibman, L. 1997. Social perception in children with autism. An attentional deficit. Journal of Autism and Developmental Disorders, 27, 265-282.
Premak, D. e Woodruff, G. Does the chimpanzee have a theory of mind? Behavioural and Brain Sciences 4, 515-26.
Renata Galatolo, Marina Mizzau
Dipartimento di Discipline della Comunicazione, Università di Bologna
Premessa
Rispetto alla conversazione ordinaria e ad altri contesti istituzionali la seduta di tribunale sembra essere il luogo privilegiato di applicazione del principio di cooperazione di Grice (1967) tanto che lo schema dello scambio processuale è stato considerato (Penman, 1987), in quanto troppo coercitivo, inadeguato ad assicurare una coerenza discorsiva. Il perseguimento di questo modello è quanto meno alla base della consapevolezza esplicitata di regole (o metaregole) riconducibili alle massime conversazionali in cui si articola il principio di cooperazione: quantità, qualità, relazione e modo. La constatazione dell’adesione alle massime tiene però in modo stretto solo per una di esse, quella della "pertinenza", mentre per le altre il discorso è più complesso.
Per quanto riguarda la pertinenza, in tribunale vigono leggi esplicite e codificate che vincolano gli interroganti; leggi meno esplicite, ma che vengono evocate almeno al momento della trasgressione, che vincolano gli interrogati ai quali l’osservanza della massima è imposta da chi è in quel momento il rappresentante della legge. Nel primo caso le sanzioni hanno per oggetto la non pertinenza delle domande, in quanto ritenute tendenziose (leading and speculative questions) o fuori luogo. Nel secondo, la pertinenza è definita in termini di precisa corrispondenza della coppia domanda-risposta (Mizzau, 1998).
Quanto alla massima della qualità, a un livello macro è ovvio che il tribunale è il luogo paradigmatico della sua osservanza. La massima della qualità prescrive di dire la verità, di non mentire e la ricerca della verità costituisce l’obiettivo stesso del processo. Alla verità si è vincolati con il giuramento iniziale, al quale però sono tenuti solo i testimoni, non gli accusati. In questo modo gli imputati sono sottoposti al dilemma di perseguire i loro interessi, ma rischiare che la loro versione non sia creduta proprio perché interessata (Kompter, 1998). Del resto, rifacendosi alla discussione generale sullo statuto delle massime: la massima della qualità deve intendersi non come massima etica ma, come le altre, massima conversazionale; non può quindi suonare che come "dire ciò che appare vero". Il punto su cui interrogarsi quindi è: cos’è che rende una deposizione (degli imputati, dei testimoni) verosimile?
Obiettivo
Servendoci di interrogatori videoregistrati e trascritti secondo il metodo dell’analisi della conversazione, si intende analizzare che cosa in tribunale venga considerata osservanza delle massime, come vengono sanzionati i tentativi di trasgressione delle stesse e le negoziazioni conflittuali che ne conseguono. In particolare, si analizzerà il concetto di verosimiglianza proprio di questo contesto. L’analisi riguarda sia il far credere vero di chi fornisce la testimonianza, sia le strategie dell’interrogante qualora interroghi la sua parte e qualora cerchi invece di mostrare la menzogna di un testimone chiamato dalla parte avversa.
Ipotesi
La verosimiglianza in tribunale sembra essere direttamente proporzionale alla non contraddittorietà, alla ricchezza di dettagli e alla completezza della ricostruzione, alla spontaneità della narrazione e alla specificità con cui si differenzia l’esperienza diretta da quella indiretta e dalle proprie inferenze (Bogen e Lynch 1989, Caesar-Wolf 1984, Penman 1987, Wodak-Engel 1984). Ad ognuna di queste caratteristiche corrispondono strategie di squalificazione della testimonianza e del teste da parte dell’interrogante. In particolare, le contestazioni del rispetto della massima della qualità sono caratterizzate dall’essere indirette e dall’essere costruite ad arte per stimolare inferenze da parte della giuria (Drew 1992).
Risultati
Oltre a mostrare il particolare statuto della massima della qualità rispetto alle altre massime, l’analisi mostra come la verità sia un costrutto interazionale che risponde a regole contestuali. Dall’analisi, inoltre, emerge e trova conferma l’inevitabile intreccio tra le massime (fenomeno che del resto si verifica in ogni ambito conversazionale).
Riferimenti bibliografici
Bogen, D., Lynch, M. (1989) Talking Account of the Hostile Native: Plausible Deniability and the Production of Conversational History in the Iran-Contra Hearing. In Social Problems, 36 (3), 197-224.
Caesar-Wolf, B. (1984) The construction of ‘adjudicable’ evidence in a West Germany civil hearing. In Text 4 (1/3), 193-224.
Drew, P. (1992) Contested Evidence in Courtroom cross-Examination: the Case of a Trial for Rape. In Atkinson, J., Drew, P. Talk at Work, Cambridge University Press, Cambridge.
Grice, P. (1967). Logic and Conversation, In P.Cole, J.L. Morgan (Eds) (1975) Syntax and Semantics-Speech Acts, Academic Press, New York.
Komter L.M.(1998), Dilemmas in the Coutroom, Lawrence Erlbaum Associates Publishers, Mahwah, New Yersey.
Mizzau, M. (1998).Risposte impertinenti, In R.Galatolo, G. Pallotti (Eds) G. Di Pietro e il giudice, Pitagora Editrice, Bologna.
Penman, R.(1987). Discourse in Courts: Cooperation, Coercion, and Coherence In Discourse Processes 10 (3), 201-218.
Wodak-Engel R.(1984) Determination of Guilt. In Kramerae, C., Schultz, M., ÒBarr, W. M. Language and Power, Sage Publications, Beverly Hills.
Tiziana Panero, Fiorella Scotto
Università di Roma Tre
Secondo il Modello della comunicazione in termini di conoscenze e scopi proposto da Castelfranchi e Parisi (1980), dire una frase per comunicare equivale a compiere un tipo particolare di azione, per cui le frasi e le azioni sono attività volte al raggiungimento di scopi; ed anche la conversazione è un’azione guidata da scopi. Un’analisi adeguata della conversazione presuppone pertanto che vengano tenuti presenti contemporaneamente i processi cognitivi dei singoli individui coinvolti nell’interazione verbale, gli scopi attivi nella loro mente e i processi che regolano le loro interazioni sociali.
All’interno dello stesso quadro teorico generale si inserisce il Modello della Persuasione (Poggi, 1998) che spiega in termini di scopi e conoscenze i processi di influenza che si realizzano nel corso di qualsiasi interazione persuasiva. Secondo questo modello, la persuasione è un modo di influenzare la gente (Conte e Castelfranchi, 1996), ovvero uno dei tanti modi in cui un agente A induce un altro agente B ad avere degli scopi che non aveva precedentemente. Ma ciò che distingue la persuasione dalle altre forme di influenzamento è il fatto che essa non si realizza attraverso l’esercizio della forza o del potere, ma grazie al fatto che essa produce, nella mente del persuadendo, un forte convincimento circa l’utilità di perseguire lo scopo proposto dal persuasore. I tre elementi essenziali su cui si fa leva per persuadere l’agente B sono, secondo questo modello, gli stessi già individuati da Aristotele: il LOGOS (la parte razionale del discorso), l’ETHOS (il carattere dell’oratore) e il PATHOS (le passioni dell’uditorio).
Il modello di analisi della persuasione e della conversazione in termini di conoscenze e scopi è stato applicato in una ricerca mirante ad analizzare due diversi tipi di interazioni verbali persuasive: l’interazione tra il Medico e l’Informatore Scientifico del Farmaco (ISF: in termini quotidiani, il "rappresentante di medicinali") e quella tra l’Operatore Sanitario e il Paziente. Nel primo tipo di interazione, l’ISF cerca di persuadere il medico a prescrivere i farmaci dell’Azienda da lui rappresentata piuttosto che i farmaci concorrenti. Nel secondo tipo di interazione, l’Operatore Sanitario (medico o infermiere) cerca di indurre nel paziente comportamenti utili alla sua salute (ad esempio, ad adottare forme di prevenzione).
Nell’analisi della comunicazione tra l’ISF e il medico, l’obiettivo della ricerca è stato duplice: da un lato si è ricostruito il percorso comunicativo seguito dall’ISF durante il colloquio con il Medico, rappresentando la gerarchia di scopi comunicativi sottesa al suo discorso; dall’altro, attraverso la rilevazione dei tre elementi base del processo persuasivo, logos, ethos e pathos, utilizzati dall’ISF durante il colloquio, si è cercato di verificare l’ipotesi secondo cui il pathos può risultare elemento determinante ai fini della persuasione. Per verificare questa ipotesi, sono state raccolte un certo numero di conversazioni tra l’ISF e il Medico durante le loro rispettive routines lavorative, e se ne sono analizzati alcuni frammenti cercando di ricostruire gli scopi comunicativi perseguiti dall’ISF durante il colloquio. Grazie a tale analisi si è potuto evidenziare come l’ISF utilizzi gli elementi di logos, ethos e pathos nell’ambito della conversazione e quali siano le strategie persuasive adottate momento per momento durante l’interazione verbale.
Riguardo al processo persuasivo nella relazione tra l’Operatore Sanitario e il Paziente, l’analisi delle conversazioni in questo ambito da un lato ha permesso di mostrare la carente competenza comunicativa del personale sanitario e dall’altro di evidenziare, anche in questo caso, il ruolo determinante del pathos quando si intenda innescare, all’interno di una relazione asimmetrica (Operatore Sanitario/Paziente), un processo di comunicazione volto alla modificazione di uno stile di vita.
Dalle analisi svolte nei due contesti sembra emergere che, in entrambi i tipi di relazioni sociali analizzate, l’utilizzo di strategie basate unicamente su elementi di logos e di ethos non garantisce l’effetto persuasivo auspicato, che invece si verifica più frequentemente grazie all’elemento pathos, per il ruolo fondamentale che questo svolge nel dirigere il comportamento degli individui.
Riferimenti bibliografici
Castelfranchi, C. e Parisi D. (1980): Linguaggio, conoscenze e scopi. Il Mulino, Bologna.
Conte R. e Castelfranchi C. (1996): La società delle menti. UTET, Torino.
Poggi, I. (1998): "A Goal and Belief Model of Persuasion", Poster presentato alla 6th International Pragmatics Conference, Reims, 19/24 luglio 1998.
