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PSICOLINGUISTICA

FREQUENZA E NUMEROSITÀ DEI NEIGHBORS: DECISIONE LESSICALE E LETTURA DI NON-PAROLE

Lisa Arduino*, Cristina Burani**

* Università "La Sapienza" e Istituto di Psicologia del CNR, Roma

** Istituto di Psicologia del CNR, Roma

Gli studi sul riconoscimento visivo di parole e di non-parole suggeriscono che l’identificazione di un dato stimolo non dipende solo dalla sua forma ortografica, ma anche dal numero (Coltheart, Davelaar, Jonasson e Besner, 1977) e dalla frequenza delle forme ortograficamente simili (Segui e Grainger, 1990). Coltheart et al. (1977) e Andrews (1989), esaminando gli effetti del numero di vicini ortografici in compiti di decisione lessicale, hanno mostrato che i tempi di reazione per le non parole sono più lenti quando queste hanno molti vicini, rispetto a quando ne hanno pochi. Successivamente Grainger e Jacobs (1996) hanno trovato che il fattore che incide maggiormente sulla velocità di riconoscimento di una non-parola, non è tanto la numerosità, quanto piuttosto la frequenza dei vicini: gli autori hanno mostrato un effetto facilitatorio della frequenza dei vicini e un non significativo effetto inibitorio della numerosità degli stessi (l’effetto inibitorio era presente solo nel caso in cui tutti i vicini erano di bassa frequenza). Sembra quindi che entrambi questi fattori siano determinanti per la velocità e l’accuratezza con cui una non-parola viene riconosciuta come tale. Ciò che è ancora oggetto di discussione è la direzione degli effetti e se e come questi due fattori interagiscano.

I dati presenti in letteratura mostrano spesso dei risultati contrastanti, soprattutto per quanto concerne la decisione lessicale. L’accordo è maggiore per i compiti di lettura ad alta voce: sono molte le evidenze a favore di un effetto facilitatorio della numerosità dei vicini sulla velocità con cui vengono lette le non-parole (McCann e Besner, 1987; Peereman e Content, 1995; Weeks, 1997).

Scopo del nostro lavoro è stato di accertare quale ruolo possono avere il numero dei vicini ortografici, la loro frequenza e la possibile interazione dei due fattori nella lettura e nel riconscimento di non-parole. A questo fine abbiamo condotto due esperimenti, il primo di decisione lessicale visiva, il secondo di lettura ad alta voce.

Metodo

Sono state create 60 non-parole, partendo da altrettante parole della lingua italiana (tutte di 5 lettere) e cambiando la prima lettera. Abbiamo così ottenuto due gruppi di stimoli caratterizzati dall’avere un alto o un basso numero di vicini ortografici (media dei vicini ortografici: 4.3 versus 1.3). Inoltre le non-parole sono state differenziate per la frequenza dei vicini: metà degli stimoli era caratterizzata dall’avere un vicino di alta frequenza, mentre il/i vicino/i dell’altra metà era/erano sempre di bassa frequenza (frequenza media: 229 e 19 calcolate su un milione di occorrenze).

Abbiamo così ottenuto un disegno fattoriale 2 x 2 (Numerosità dei vicini ortografici: Alta/Bassa - Frequenza dei vicini ortografici: Alta/Bassa).

Hanno partecipato agli esperimenti 51 soggetti per il compito di decisione lessicale e 30 soggetti per quello di lettura ad alta voce (età compresa tra i 20 e i 30 anni).

Risultati

I risultati dei due esperimenti mostrano un pattern contrastante. Nel compito di lettura ad alta voce i TR variano in funzione della numerosità dei vicini ortografici: i soggetti leggono più velocemente le non-parole che hanno un alto numero di vicini. L’analisi degli errori mostra invece che è la frequenza dei vicini ad avere un ruolo significativo: gli errori di lettura sono significativamente inferiori in presenza di quelle non-parole che hanno un vicino di alta frequenza.

Per quanto riguarda la decisione lessicale, il solo fattore significativo risulta essere la frequenza dei vicini ortografici: questa variabile esercita un ruolo inibitorio, nel senso che basta che ci sia un vicino di alta frequenza perché i tempi della decisione vengano penalizzati, e questo indipendentemente dalla numerosità. Lo stesso risultato lo si ottiene dall’analisi sugli errori.

I risultati verranno discussi alla luce dei correnti modelli di accesso lessicale e di lettura.

Riferimenti bibliografici

Andrews, S. (1992). Frequency and neighborhood effects on lexical access: Lexical similarity or orthographic redundancy? Journal of Experimental Psychology: Learning, Memory and Cognition, 18, 2, 234-254.

Coltheart, M., Davelaar, E., Jonasson, J.T., & Besner, D. (1977). Access to the internal lexicon. In S.Dornic (Eds.), Attention and performance, VI., (pp. 535-555). New York: Academic Press.

Grainger, J., & Jacobs, A.M. (1996). Orthographic processing in visual word recognition: A multiple read-out model. Psychological Review, 103, 3, 518-565.

McCaan, R.S., & Besner, D. (1987). Reading pseudohomophones: Implications for models of pronunciation assembly and the locus of word-frequency effects in naming. Journal of Experimental Psychology: Human Peception and Performance, 13,1, 14-24.

Peereman, R., & Content, C. (1995). Neighborhood size effect in naming: Lexical activation or sublexical correspondences? Journal of Experimental Psychology: Learning, Memory and Cognition, 21, 2, 409-421.

Segui, J., & Grainger, J. (1990). Priming word recognition with orthographic neighbors: Effects of relative prime-target frequency. Journal of Experimental Psychology: Human Perception and Performance, 16, 65-76

Weeks, B.S. (1997). Differential effects of number of letters on word and nonword naming latency. The Quarterly Journal of Experimental Psychology, 50A (2), 439-456.

EFFETTI SINTATTICI E SEMANTICI NELLA PRODUZIONE DI NOMI E VERBI

Simona Collina, Patrizia Tabossi, Francesca Cancian

Università di Trieste

Nel corso degli ultimi anni, uno degli aspetti più studiati nell’ambito della produzione del linguaggio riguarda il ruolo che le informazioni semantiche e sintattiche delle parole hanno nei processi di recupero lessicale (Levelt, Roelofs, Meyer, in stampa; Caramazza, 1997). Nonostante vi sia un grande interesse per questi temi, i modelli di produzione restano tuttavia, nella maggior parte dei casi, sottospecificati a questi livelli a causa delle difficoltà metodologiche che si incontrano nello studio on-line di questi processi (Dell, 1986; Caramazza, 1997). Uno dei paradigmi al momento più usati per indagare il corso dei processi lessicali per classi di parole quali i nomi e i verbi è il picture-word interference. Il compito consiste nel denominare delle figure il più velocemente ed accuratamente possibile ignorando dei distrattori parola che compaiono sotto o sopra la figura. Alcuni studi hanno mostrato che quando il distrattore ha una relazione semantica e/o sintattica con la figura, la latenza di inizio risposta è più lunga rispetto a quando non esiste alcuna relazione(Glaser & Dungelhoff, 1984; Schriefers, 1993). Nella lingua olandese, lungo queste linee, sono stati trovati sia effetti semantici di appartenenza categoriale sia effetti sintattici legati al genere grammaticale per i nomi (Roelofs, 1992; Schriefers, 1993)che sono stati però solo parzialmente replicati in italiano (Caramazza e Miozzo, 1998). Per ciò che riguarda i verbi gli unici effetti evidenziati sono di natura semantica (Roelofs, 1993). I pochi dati presenti e i diversi risultati ottenuti rendono il quadro di difficile interpretazione. In questo studio abbiamo cercato di chiarire il ruolo che le informazioni sintattiche e semantiche dei nomi e dei verbi hanno nel processo di produzione in italiano.

Nel primo esperimento abbiamo considerato i processi sintattici e semantico-lessicali coinvolti nella produzione di sintagmi nominali articolo + nome. Sono stati selezionati nomi, metà di genere grammaticale maschile e metà femminile, appartenenti a cinque diverse categorie semantiche. Per ciascun nome è stata costruita una figura che compariva in quattro diverse condizioni: 1)congruenza di genere e relazione semantica tra figura e distrattore (ad es. gatto-lupo) 2) incongruenza di genere e relazione semantica tra figura e distrattore (gatto-capra) 3) congruenza di genere ma diversa categoria semantica (gatto-collo), 4)incongruenza di genere e diversa categoria semantica (gatto-bocca). I partecipanti dovevano produrre il sintagma nominale articolo + nome (ad es. il gatto) ignorando la parola distrattore (ad es. lupo). La variabile dipendente considerata era la latenza di inizio risposta.

Nel secondo esperimento abbiamo replicato in italiano lo studio condotto da Roelofs (1993) sugli effetti semantici dei verbi. In questo caso la figura, che rappresentava l’azione denotata dal verbo, era presentata in due diverse condizioni: 1)figura e distrattore avevano una relazione semantica (ad es. rotolare-scivolare) 2) figura e distrattore non avevano relazione semantica (ad es. rotolare-cavalcare). La procedura sperimentale era la stessa del precedente esperimento.

Nel terzo esperimento abbiamo invece cercato di estendere lo studio sugli effetti sintattici trovati nei nomi alla categoria dei verbi indagando i processi relativi alla selezione dell’ausiliare (essere vs avere). In questo caso i partecipanti dovevano denominare la figura producendo il passato prossimo del verbo (ad es. ha corso). Il distrattore, presentato anch’esso nella forma passata, poteva o prendere lo stesso ausiliare del verbo da denominare(ha dormito) oppure ausiliare diverso (è esploso). La procedura sperimentale era la stessa usata nei precedenti esperimenti.

I risultati ottenuti indicano che esistono effetti di interferenza per le diverse classi di parole studiate, ma evidenziano anche come il paradigma sperimentale utilizzato sia solo parzialmente sensibile nello studio di questi diversi aspetti (Caramazza & Miozzo, 1998). Ulteriori analisi sono in corso. Le implicazioni per gli attuali modelli di produzione e le future linee di ricerca sono al momento in discussione.

Riferimenti bibliografici

Caramazza, A. (1997). How many levels of processing are there inlexical access? Cognitive Neuropsychology, 14, 177-208.

Dell, G. S. (1986). A spreading activation theory of retrieval insentence production. Psychological Review, 97, 332-361.

Glaser, W. R., & Dungelhoff, F. (1984).The time course ofpicture-word interference. Journal of Experimental Psychology:Human Perception and Performance, 10, 640-654.

Levelt, W. J. M., Roelofs, A., Meyer, A. S. (in stampa). A theory oflexical access in speech production. Behavioural and Brain Science.

Miozzo, M., & Caramazza, A. (1998). The selection of lexical-syntactic features: Evidence from the picture-word interference paradigm. Paper presented at the Psychonomics Society, Dallas,November 1998.

Roelofs, A. (1992). A spreading activation theory of lemma retrievalin speaking. Cognition, 42, 107-142.

Roelofs, A. (1993). Testing a non-decompositional theory of lemmaretrieval in speaking: Retrieval of verbs. Cognition,47, 59-87.

Schriefers, H. (1993). Syntactic processes in the production of nounphrases. Journal of Experimental Psychology: Learning, Memory and Cognition, 19, 841-850.

COMPRENSIONE DI FRASI INTERROGATIVE IN BAMBINI DAI 3 AGLI 11 ANNI.

Marica De Vincenzi*, Lisa Arduino**, Laura Ciccarelli***, Remo Job***

* Università di Chieti e Istituto di Psicologia del CNR, Roma

** Università "La Sapienza" e Istituto di Psicologia del CNR, Roma

*** Università di Padova

La frase interrogativa è una delle strutture più comuni e fondamentali del linguaggio. In questo lavoro ci concentriamo su un tipo particolare di frasi interrogative: quelle introdotte dai pronomi interrogativi CHI/QUALE, che possono avere il ruolo di oggetto o soggetto della frase. Prendiamo ad esempio la frase (1):

Chi ha chiamato la vecchietta?

Questa frase può essere interpretata con il pronome CHI come soggetto oppure come oggetto del verbo CHIAMARE. Le nostre conoscenze pragmatiche o il contesto nel quale la frase è inserita permettono di disambiguare questa frase che, presa isolatamente, è di per sé ambigua.

Un altro fattore di disambiguazione è rappresentato dall’accordo morfologico di numero tra il soggetto e il verbo. In (2) il CHI è soggetto, ma in (3) il CHI è oggetto, in quanto il verbo plurale concorda con il nome post-verbale CANI:

  1. Chi inseguiva i cani?
  2. Chi inseguivano i cani?
  3. In ambito psicolinguistico, diversi lavori hanno dimostrato che le frasi interrogative impegnano in maniera considerevole l’analizzatore del linguaggio, in quanto il pronome interrogativo deve essere tenuto in memoria fino a che non si arrivi ad una interpretazione univoca del suo ruolo all’interno della frase. Il Principio di Catena Minima (De Vincenzi, 1991) prevede che, data la struttura Pronome Interrogativo – Verbo – Nome, l’analisi preferita è quella con il pronome interrogativo interpretato come soggetto. Questa ipotesi di scelta immediata di una interpretazione è stata confermata sperimentalmente su soggetti adulti italiani (De Vincenzi, 1991) e per lingue diverse dall’Italiano (es. Frazier, Clifton, 1989; Frazier, Flores D’Arcais, 1989) in compiti che ponevano il soggetto in condizioni di pressione temporale.

    Scopo di questo lavoro è stato di indagare il comportamento di soggetti in età evolutiva, in modo da valutare a quale età le diverse interpretazioni delle frasi interrogative Soggetto/Oggetto vengano correttamente comprese.

    L’ipotesi sperimentale è che i bambini, così come gli adulti sotto pressione temporale, risentano delle limitate capacità della memoria di lavoro e pertanto mostrino di preferire l’interpretazione del pronome interrogativo come soggetto, nonostante conoscano già l’accordo soggetto-verbo.

    Tale ipotesi è stata confermata in uno studio precedente (De Vincenzi, Rellini, e Arduino, 1997) condotto su un campione di 176 bambini dai 3 agli 11 anni, della città di Roma. Ai bambini è stato somministrato un test (De Vincenzi, 1996) composto da 72 frasi, di cui 36 sperimentali e 36 fillers. Abbiamo utilizzato i pronomi interrogativi CHI e QUALE+NOME in frasi come:

  4. a. Chi sta inseguendo i gatti? (CHI Soggetto)

b. Chi stanno inseguendo i gatti? (CHI Oggetto)

c. Quale cane sta inseguendo i gatti? (QUALE Soggetto)

d. Quale cane stanno inseguendo i gatti? (QUALE Oggetto)

Compito del bambino era di indicare la risposta corretta su un disegno che illustra i personaggi dell’azione. I risultati hanno confermato le nostre predizioni; per tutte le fasce d’età risulta significativo il ruolo grammaticale: i bambini commettono più errori nell’interpretare il pronome interrogativo quando riveste il ruolo di "oggetto" della frase interrogativa. Un secondo risultato riguarda i bambini fino ai 6 anni d’età: la comprensione della frase interrogativa, quando il pronome è "oggetto" della frase, risulta significativamente più difficile in presenza del QUALE+NOME.

Il presente lavoro ha avuto lo scopo di estendere lo studio precedentemente compiuto, in modo da valutare la persistenza dei risultati ottenuti, estendendo il campione ad altre città e quindi ad un gruppo numericamente più consistente e rappresentativo della popolazione nazionale. La prova è stata infatti somministrata a 300 bambini delle città di Padova e Palermo.

Verranno discussi i dati relativi al confronto tra i campioni esaminati.

Riferimenti bibliografici

De Vincenzi, M. (1991). Syntactic Parsing Strategies in Italian. Kluwer Academic. Dordrecht: The Netherlands.

De Vincenzi, M., (1996). Test di Comprensione delle frasi Interrogative Soggetto/Oggetto in Italiano. Istituto di Psicologia del CNR, Roma.

De Vincenzi, M., Rellini, E., Arduino, L. La comprensione delle frasi interrogative. Relazione presentata al Congresso Nazionale della Sezione di Psicologia Sperimentale, 22-24 settembre 1997, Capri, Italia.

Frazier, L., & Clifton, C. (1989). Successive cyclicity in the grammar and the parser. Language and Cognitive Processes, 4, 2, 93-126.

Frazier, L., & Flores D’Arcais, G.B. (1989). Filler-driven parsing: A study of gap-filling in Dutch. Journal of Memory and Language, 28, 331-344.

LE RAPPRESENTAZIONI SEMANTICO-LESSICALI NELL’ELABORAZIONE DELLA PAROLA SCRITTA

Massimo Girelli, Remo Job

DPSS, Università di Padova

Rispetto all’organizzazione del lessico mentale, molte teorie sulla produzione del linguaggio convergono su due punti fondamentali: primo, le informazioni semantiche, morfo-sintattiche, fonologiche di una parola sono rappresentate autonomamente: la semantica (il significato della parola) è codificata nel sistema concettuale, la sintassi e la fonologia sono codificate nel magazzino lessicale. Secondo, l’accesso a tali informazioni avviene in maniera sequenziale.

L’ipotesi di un’ulteriore distinzione tra rappresentazione della morfo-sintassi e della fonologia all’interno del lessico è sostenuta da evidenze provenienti dall’analisi degli errori linguistici, dalla neuropsicologia, dai dati sperimentali in prove di decisione lessicale e di denominazione di figure, dallo studio di fenomeni che occorrono nel linguaggio normale ("la parola sulla punta della lingua"). Nel processo di produzione del linguaggio vengono selezionate inizialmente le proprietà sintattiche della parola, il lemma, e successivamente viene recuperata la struttura fonologica dell’item lessicale, il lessema (Levelt, Roelofs & Meyer 1999).

La nostra ricerca indaga i processi di recupero dell’informazione semantica, grammaticale e fonologica a partire da una parola presentata visivamente. Considerando l’autonomia delle rappresentazioni cognitive all’interno del lessico mentale, avanziamo l’ipotesi che si possano distinguere tre diversi stadi di elaborazione anche in compiti che prevedono l’analisi di un input ortografico. Dal punto di vista sperimentale, si può assumere che la fase di recupero della semantica sia computazionalmente autonoma dal recupero della sintassi; é possibile affrontare questo aspetto osservando se la manipolazione di una proprietà semantica (es. la prototipicità) influisce su un giudizio di categorizzazione semantica, ma non su una prova di attribuzione del genere grammaticale. In due diversi esperimenti sono stati scelti compiti sperimentali che indagano selettivamente i processi di recupero dei livelli di rappresentazione semantici, sintattici e fonologici della parola. Nel primo esperimento veniva usato un compito di categorizzazione (oggetto biologico vs. manufatto) e un compito di assegnazione dell’articolo determinativo, (articolo "il" vs. articolo "la"). Le parole differivano per il grado di tipicità rispetto alla categoria di appartenenza (alto vs. basso) e per la trasparenza morfologica (opaca vs. trasparente). I tempi di risposta agli stimoli sperimentali (N=64) di 24 soggetti sono stati sottoposti ad analisi della varianza, considerando i seguenti fattori: compito, prototipicità e morfologia. I risultati mostrano un effetto di interazione tra il tipo di compito e il tipo di variabile linguistica manipolata: nella categorizzazione semantica si osserva un effetto della prototipicità ma non della morfologia, nell’assegnazione dell’articolo determinativo si osserva il pattern opposto.

Nel secondo esperimento abbiamo verificato l’ipotesi della distinzione lemma-lessema utilizzando compiti e modalità di registrazione della risposta differenti rispetto al primo esperimento: in una condizione, i soggetti eseguivano una prova di lettura e la risposta veniva registrata mediante voice-key. La seconda condizione consisteva nella produzione del sintagma nominale (articolo determinativo + sostantivo). Sono state manipolate la morfologia (vedi sopra) e la struttura dell’accento (regolare: sulla penultima sillaba vs. irregolare: sull’antepenultima sillaba), in base all’assunzione che questa caratteristica influenzi la velocità di lettura. In entrambe le prove sullo schermo compariva la parola-stimolo costituita dal solo sostantivo. L’analisi della varianza (fattori: compito, tipo di accento e morfologia) ha dato i seguenti risultati: nella produzione del sintagma nominale è significativa la morfologia, ma non il tipo di accento. Nella prova di lettura invece non si osserva né un effetto della morfologia, né un effetto dell’accento. Complessivamente i risultati dei due esperimenti sembrano sostenere l’ipotesi che esistano tre stadi distinti di elaborazione dell’input ortografico. È interessante sottolineare che anche nell’elaborazione di una parola scritta si possa identificare una fase di recupero della rappresentazione cognitiva del genere grammaticale distinta dal recupero della semantica e della fonologia della parola. Resta da chiarire se il lemma svolge un ruolo di mediazione tra semantica e fonologia, come nella produzione del linguaggio (vedi però Caramazza 1997) e in quali situazioni sperimentali - ad es. lettura di singoli sostantivi - si possa prevedere un’attivazione dell’informazione contenuta nel lemma. Ulteriori studi in questa direzione consentirebbero di definire la sequenza di attivazione delle rappresentazioni cognitive all’interno del lessico e della memoria concettuale.

Riferimenti bibliografici

Caramazza, A. (1997). How many levels of processing are there in lexical access? Cognitive Neuropsychology, 14, 177-208.

Levelt, J. M., Roelofs, A. & Meyer, A. S. (1999). A theory of lexical access in speech production. Behavioral and Brain Sciences (in press).

EFFETTI DI PRIMING INTRA-LESSICALE NELLA COMPRENSIONE DEI NOMI PROPRI

Corrado Lo Priore, Tim Brennen°

Istituto di Psicologia, Università di Pavia

°Dipartimento di Psicologia, Università di Tromsø, Norvegia

La comprensione di un nome scritto in termini cognitivi viene identificata nel processo tramite il quale un soggetto che legge un nome proprio a lui noto, riesce dal codice visivo di input ad attivare la rappresentazione semantica della persona (o del luogo, del mese, dell’opera ecc.) corrispondente.

Il primo modello funzionale del riconoscimento di volti e nomi è stato proposto da Valentine et al. (1991). Questo modello definisce esplicitamente una analogia fra il riconoscimento dei nomi propri scritti ed il riconoscimento di altre parole; in specifico vengono postulate delle word recognition units (WRUs) che identificano le parole all’interno dei codici visivi di input e delle name recognition units (NRUs) che tra le parole identificano i nomi propri conosciuti.

Nel 1996 Valentine, Brennen & Brédart operano una generale revisione del modello (Fig. 1).

Figura 1 La struttura interna del lessico semantico (adattato da Valentine, Brennen & Brédart, 1996)

Relativamente alla comprensione di parole scritte e alla produzione di nomi, questi autori introducono e motivano i seguenti aggiustamenti al modello: alle NRUs vengono sostituiti i lemmi, unità linguistiche non specificate fonologicamente, comuni ai lessici di input e output; i lessici di input ed output vengono entrambi frazionati in un lessico fonologico (WRUs per l’input e lessemi per l’output) ed un lessico semantico (lemmi); all’interno del lessico semantico comune i lemmi per i nomi propri vengono organizzati secondo la struttura proposta da Burke et al. (1991), ovvero con i lemmi per il nome completo (primo nome + cognome oppure iniziale + cognome) sovraordinati ai lemmi per i primi nomi ed ai lemmi per i cognomi.

In particolare si noti che le connessioni tra le WRUs e i lemmi sono bidirezionali, così come le connessioni tra lemmi per nomi o cognomi e lemmi per nomi completi. Questa assunzione del modello implica la possibilità di osservare effetti di priming top-down nel processo di comprensione dei nomi scritti. Abbiamo esplorato questa possibilità tramite due esperimenti.

L’esperimento 1 intende verificare la presenza di un effetto facilitante da parte dei lemmi per i nomi completi sulla velocità di attivazione dei lemmi per i primi nomi e per i cognomi. È stato utilizzato un paradigma sperimentale di decisione lessicale: a 30 soggetti norvegesi sono stati presentati su un monitor dei nomi propri completi (primo nome + cognome). Sia i primi nomi che i cognomi utilizzati erano molto comuni in Norvegia, in metà dei trials però uno di questi conteneva un errore (sostituzione di una lettera). Il compito del soggetto era quello di giudicare la correttezza di entrambi i nomi (ad es. Roald Hansen = ‘Si’, Poald Hansen = ‘No’) tramite tastiera ed il tempo di reazione di scelta veniva registrato.

In realtà metà dei trials "corretti" (risposta ‘Sì) contenevano delle associazioni di nome e cognome corrispondenti a noti personaggi norvegesi (ad es. Bjørn Dæhlie, Morten Harket), mentre nell’altra metà di trials erano stati accostati gli stessi nomi, ma in associazioni non esistenti nella realtà (Bjørn Harket, Morten Dæhlie). Nonostante il fatto che non fosse richiesto ai soggetti alcun giudizio di familiarità sui nomi, il tempo di scelta medio per i nomi di persone famose è stato di 997 msec (SD=293), rispetto ad un tempo medio di 1200 msec (SD=347) per le associazioni inesistenti degli stessi componenti. La differenza di 203 msec è significativa al t-test (p<.001).

Si conclude che, in linea con quanto previsto dal modello, la familiarità con un nome completo (ovvero la presenza di un relativo lemma nel lessico semantico) esercita un effetto facilitante sulla velocità di elaborazione dei suoi componenti.

L’esperimento 2 utilizza un paradigma di decisione lessicale simile al precedente per verificare la presenza di un effetto facilitante sulla velocità di attivazione delle WRUs da parte dei lemmi del lessico semantico. Gli stessi 30 soggetti dovevano decidere se fosse possibile dividere le parole che venivano presentate sullo schermo in altre due parole norvegesi esistenti.

In realtà metà dei trials "scomponibili" (risposta ‘Si’) era costituita da parole che sono anche cognomi norvegesi molto noti (ad es. Båtnes, Forberg), mentre le altre parole, pur essendo costituite dagli stessi componenti, non erano note (Båtberg, Fornes). Nonostante il fatto che non fosse richiesto ai soggetti alcun giudizio di familiarità sulle parole, il tempo di scelta medio per i cognomi di persone famose è stato di 1022 msec (SD=378), rispetto ad un tempo medio di 1081 msec (SD=422) per le parole ignote. La differenza di 59 msec è significativa al t-test (p<.05).

Si conclude che, in linea con quanto previsto dal modello, la familiarità con un cognome (ovvero la presenza di un relativo lemma nel lessico semantico) esercita un effetto facilitante sulla velocità di elaborazione dei suoi componenti.

In conclusione i nostri due esperimenti, rilevando effetti intra-lessicali di priming top-down, supportano l’organizzazione del lessico proposta nel modello di Valentine, Brennen & Brédart (1996). Saranno inoltre discusse le implicazioni che i nostri dati possono avere in relazione alla ‘summation hypothesis’ di Hillis & Caramazza (1991) e ad una possibile interpretazione della ‘arbitrariness hypothesis’ di Cohen (1990).

Riferimenti bibliografici

Burke, D., MacKay, D., Worthley, J., & Wade, E. (1991). On the Tip of the Tongue: What causes word finding failure in young and older adults? Journal of Memory and Language, 30, 542-579.

Cohen, G. (1990). Why is it difficult to put names to faces? British Journal of Psychology, 81, 287-297.

Hillis, A.E., & Caramazza, A. (1991). Mechanisms for accessing lexical representations for output: Evidence from a category-specific semantic deficit. Brain & Language, 40, 106-144.

Valentine, T., Brédart, S., Lawson, R., & Ward, G. (1991). What’s in a name? Access to information from peoplès names. European Journal of Cognitive Psychology, 3 (1), 147-176.

Valentine, T., Brennen, T., & Brédart, S. (1996). The Cognitive Psychology of Proper Names. London: Routledge.

NUMEROSITÀ DI FORME FLESSE E PROCESSO DI RICONOSCIMENTO DI PAROLE PRESENTATE VISIVAMENTE

Daniela Traficante*, Cristina Burani **

* Dipartimento di Psicologia, Università Cattolica di Milano

** Istituto di Psicologia del C.N.R., Roma

Scopo del lavoro è valutare se la numerosità delle forme flesse legate alla stessa radice (es. cammin-are, cammin-iamo, cammin-ate, cammin-ano ecc.) (inflectional family size) influenza le modalità di rappresentazione e le procedure di riconoscimento delle parole che contengono tale radice.

Si può ipotizzare che quando una radice compare in molte forme flesse sia più probabile che essa si configuri come un’unità d’accesso facilmente isolabile dai suffissi a cui è collegata. Per questo motivo il riconoscimento di ciascuna forma flessa potrebbe avvenire perlopiù mediante scomposizione morfemica.

Per il riconoscimento di una parola con elevata inflectional family size, la procedura di scomposizione e l’accesso mediante la rappresentazione della radice può comportare sia dei vantaggi che degli svantaggi. Da un lato, l’accesso mediante la radice (es. cammin-) potrebbe risultare più vantaggioso, in quanto verrebbe utilizzata una rappresentazione d’accesso con una frequenza di attivazione che, rispecchiando la frequenza cumulata della radice, risulta molto maggiore rispetto a quella corrispondente alla parola intera (es. camminano). D’altro lato, però, l’accesso tramite la radice potrebbe comportare dei processi di scomposizione prelessicale e di ricomposizione postlessicale che aumenterebbero il tempo necessario al riconoscimento della parola presentata, come viene illustrato dal modello di Baayen, Dijkstra & Schreuder (1997) (si veda anche, per l’italiano, Baayen, Burani e Schreuder, 1997).

Per valutare l’effetto della numerosità delle forme flesse sui processi di riconoscimento delle parole e coglierne la direzione (cioè se esso comporti un rallentamento o una facilitazione del processo), sono stati predisposti due esperimenti: uno di decisione lessicale visiva e uno di riconoscimento percettivo tramite la procedura del progressive demasking.

Esperimento 1

Metodo

Partecipanti. 40 studenti dell’Università Cattolica di Milano.

Stimoli. Utilizzando il BDVDB di Thornton, Iacobini e Burani (1997), sono stati selezionati 28 verbi e 28 aggettivi con struttura morfologica semplice. Queste due categorie lessicali sono state scelte in quanto sono pareggiabili per le principali variabili psicolinguistiche, pur essendo molto diverse per la numerosità di forme flesse. I verbi sono stati presentati nelle persone singolari dell’indicativo per pareggiarli per lunghezza della parola e della flessione con gli aggettivi.

Procedura. È stato utilizzato un compito di decisone lessicale, in cui gli stimoli, presentati in ordine randomizzato, insieme a parole-filler e a non-parole, permanevano sullo schermo fino alla risposta del soggetto e, comunque, per un tempo massimo di 1000 msec.

Risultati.

È risultata una differenza altamente significativa tra i due gruppi di stimoli. I verbi hanno prodotto tempi di reazione e un numero di errori significativamente superiori agli aggettivi [tempi di reazione: minF’(1,78) = 10.83, p < .001; errori: F1(1,39) = 15.44, p < .001, F2 (1,54) = 4.61, p < .05).

Esperimento 2

Metodo

Partecipanti. 26 studenti dell’Università Cattolica di Milano.

Stimoli. Gli stimoli erano le parole dell’esperimento precedente.

Metodo. Le parole sono state presentate contemporaneamente ad un mascheramento (####). Il tempo di esposizione del mascheramento decresceva progressivamente fino a consentire l’identificazione della parola presentata.

Risultati

È nuovamente emersa una differenza significativa tra verbi e aggettivi nei tempi di reazione, con una netta penalizzazione per i primi [minF’(1,63) = 3.75; p < 0.05].

Discussione

Il risultato principale emerso da entrambi gli esperimenti è che l’alta numerosità delle forme flesse comporta un sostanziale rallentamento del processo. In base al modello di Baayen et al. (1997), questi dati sembrano indicare che per gli aggettivi potrebbe prevalere una modalità di riconoscimento basata essenzialmente sulla forma globale della parola, più rapida, mentre nel caso dei verbi verrebbe maggiormente utilizzata una procedura di scomposizione morfemica, più lenta. Ulteriori esperimenti e simulazioni verranno condotti per chiarire il ruolo delle variabili psicolinguistiche considerate.

Riferimenti bibliografici

Baayen, R. H., Burani, C. & Schreuder, R. (1997). Effects of semantic markedness in the processing of regular nominal singulars and plurals in Italian. In: Booij, G. E. & Marle, J. V. (Eds.), Yearbook of Morphology 1996. Kluwer Academic Pubhlishers, Dordrecht. pp. 55-72.

Baayen, R. H., Dijkstra, T. & Schreuder, R. (1997). Singulars and plurals in Dutch: evidence for a parallel dual-route model. Journal of Memory and Language, 37, 94-117.

Thornton, A. M., Iacobini, C. & Burani, C. (1997). Una base di dati sul vocabolario di base della lingua italiana. Bulzoni Editore, Roma.


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